**Il Teatro Politeama di Palermo è pieno.** Sabato 18 luglio Cateno De Luca lancia il suo «governo di liberazione» e la sala della Massimo riesce a contenere a stento la folla. Il leader di Sud chiama Nord non parla a un comizio qualunque: annuncia che il confronto per il dopo-Schifani si sposta a Roma. «Siamo il primo partito in Sicilia con oltre il 20% di consenso», dice dal palco. E in platea, a sentirlo, ci sono tutti: il presidente dell'Ars Gaetano Galvagno, il commissario regionale di Fratelli d'Italia Luca Sbardella, il segretario siciliano del Pd Anthony Barbagallo, il deputato di Forza Italia Gaspare Vitrano, l'ex presidente dell'Ars Gianfranco Miccichè.

Non è una convention. È la mappa del nuovo equilibrio di potere siciliano. E la domanda che pochi si pongono è: cosa si sta realmente cucinando nel retrobottega del Politeama?

Il meccanismo

Il meccanismo dello spoils system siciliano funziona così: quando un partito cresce, i voti si trasformano in poltrone. De Luca lo sa bene. Il 20% dei consensi — certificato dalle amministrative — è una valanga politica che non può essere ignorata dai «salotti romani», come lui li chiama. Così annuncia la trasformazione di ScN in movimento nazionale con conferenza a Roma a fine ottobre. Ma il vero obiettivo è più concreto: condizionare la scelta del successore di Schifani alla presidenza della Regione. La presenza trasversale di Galvagno (eletto con FdI), Sbardella, Barbagallo, Vitrano e Miccichè — esponenti di partiti che a Roma litigano — è il segnale che la partita siciliana si gioca su equilibri personali, non su programmi. La frase di Miccichè è rivelatrice: «Prima di puntare su un cavallo bisogna valutare le sgambature e io sono qui per questo». Non alleanze politiche, ma cavalli e sgambature.

Il progetto di De Luca, presentato come «etica della responsabilità e della competenza», si regge su un paradosso: per combattere il clientelismo, si candida a diventare il nuovo interlocutore del sistema di potere regionale. «Non siamo un taxi per i De Gasperi 4.0 di turno», dice dal palco. Ma intorno a lui siedono i rappresentanti di quel sistema.

Le conseguenze per i deboli

Mentre i signori della politica discutono di poltrone e sgambature al Politeama, la Sicilia reale è fuori: le liste d'attesa negli ospedali si allungano, i cantieri della diga si fermano, i giovani continuano a emigrare. La danza delle nomine — assessorati, presidenze di società partecipate, incarichi nei consorzi — è il vero motore della politica regionale. E ogni volta che cambia un assessore, cambiano i contratti. Ogni volta che si sposta un equilibrio, qualcuno perde il posto. I siciliani guardano lo spettacolo dal loggione. Il copione è sempre lo stesso: cambiano gli attori, ma il sistema resta identico.

La domanda