**Etnaland non aprirà nel 2026.** Il più grande parco acquatico e divertimenti della Sicilia chiude i battenti in piena estate. Non per una crisi di mercato. Non per un contenzioso societario. Ma perché la terra su cui sorgeva era diventata una discarica. Mille metri cubi di rifiuti solidi interrati. Uno strato sotterraneo di nove metri. Un'inchiesta della procura di Catania iniziata nel 2022, quando un elicottero della Guardia costiera sorvolò l'area e vide qualcosa che non andava.

Questa non è la storia di un parco che chiude. È la fotografia di un modello economico che considera il territorio un bene di consumo, da sfruttare finché regge e da abbandonare quando il conto arriva.

Il meccanismo

Il meccanismo è semplice e terribile. Per anni, a Belpasso, nel Catanese, i rifiuti del parco venivano accumulati in un'area destinata alla semina. Poi, dopo la chiusura, incendiati. Bruciare di nascosto, di notte, quando i visitatori se n'erano andati. Le ceneri diventavano suolo. Il suolo diventava discarica. Fino a nove metri di profondità. E poi l'acqua: le piscine del parco, trattate chimicamente, scaricavano in un laghetto artificiale senza alcuna depurazione. L'autorizzazione allo scarico era scaduta nel 2019. Per cinque anni hanno scaricato lo stesso. Centinaia di migliaia di visitatori all'anno facevano il bagno in quell'acqua, ignari di ciò che finiva a valle.

I reati contestati parlano chiaro: gestione di rifiuti speciali non autorizzata, combustione illecita, traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale. Una condotta durata anni, come ha detto il procuratore. Per mettersi in regola serviranno quasi 5 milioni di euro e almeno un anno di lavori. Ma l'estate 2026 è persa.

Le conseguenze per i deboli

Quattrocento dipendenti stagionali. Quattrocento famiglie. Quattrocento stipendi che non arriveranno. La società si dice «profondamente dispiaciuta» e parla di «conseguenze che non riguarderanno soltanto la proprietà, ma soprattutto centinaia di lavoratori e le loro famiglie». Parole misurate, da comunicato stampa. Ma la verità è che chi pagherà non sono i proprietari, non i dirigenti che hanno deciso di interrare rifiuti per anni. Chi pagherà sono i giovani assunti a stagione, i collaboratori esterni, le piccole imprese dell'indotto che vivevano dei 400 mila visitatori annuali. Il territorio che «negli anni è cresciuto insieme al parco», come dice la nota, ora si ritrova senza il suo motore economico e con una ferita ambientale da bonificare.

La domanda