DOMENICO PAPALIA È MORTO A 81 ANNI ALL’OSPEDALE SAN PAOLO DI MILANO. Ricoverato per un tumore, era uscito di cella a luglio, dopo quarantanove anni di carcere, con l’autorizzazione del tribunale di Sorveglianza di Bologna per motivi di salute. Era l’ergastolano più longevo d’Italia. Originario di Platì, con i fratelli Rocco e Antonio è stato considerato uno dei boss della ’ndrangheta trapiantata al Nord, a Buccinasco.
Quarantanove anni dietro le sbarre. L’ergastolo ostativo prevedeva ventisei. Questo scarto, mezzo secolo di celle oltre la pena scritta, è il dato che nessuna comunicazione istituzionale riesce a spiegare.
Il meccanismo
Il percorso giudiziario di Papalia è un groviglio. Nel 1976 arriva la condanna per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino a Roma. Nel 1983 la condanna per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate a Milano. Nel 1990 la condanna come mandante dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera, Umberto Morbile, ucciso a Carpiano. Nel 2017 il tribunale di Perugia lo assolve con formula piena per uno dei procedimenti. Ma le condanne precedenti restano, e il fine pena mai fa il resto: la pena diventa perpetua nel senso letterale della parola. Negli ultimi anni erano iniziati uno studio regolare e un percorso di giustizia riparativa, e una battaglia civili per farlo uscire di cella era aperta da tempo. Ha deciso la malattia, non la legge.
Qui sta il meccanismo che va guardato senza retorica. L’ergastolo ostativo è nato per tenere in carcere chi continua a essere pericoloso. Funziona però come un automaticismo: superata la soglia, la porta non si apre se non con eventi eccezionali, collaborazioni o condizioni fisiche compromesse. Il risultato è una pena aggiuntiva, non scritta in alcun codice, decisa dall’inerzia dell’amministrazione e dalla paura politica di discutere la norma. Elisabetta Zamparutti, tesoreria di Nessuno tocchi Caino, ha scritto che dopo mezzo secolo quella pena era diventata «anche pena corporale». Si può dissentire sull’uomo, non sul dato: la legge prevede un limite, il sistema lo supera sempre.
Le conseguenze per i deboli
Il fine pena mai non colpisce soltanto i boss. Colpisce tutti gli ergastolani, compresi quelli che hanno smesso da decenni di essere un pericolo, che studiano, lavorano in carcere, invecchiano. Sono persone che lo Stato non sa più nemmeno perché tenga chiuse, e che tiene chiuse comunque, perché nessuno in Parlamento ha interesse a toccare la norma. Il costo di questa inerzia lo paga il servizio penitenziario, affollato e sotto personale, e lo paga la stessa idea di giustizia. Papalia è morto fuori, circondato dai suoi cari, come ha ricordato l’associazione. Verrà ricordato il primo settembre al laboratorio Spes contra spem nel carcere di Parma, insieme ai compagni di pena che non hanno avuto nemmeno quella finestra.