42,8 gradi a Enna, 42,5 in gran parte della Sicilia. Cinquanta operazioni dei vigili del fuoco in dieci ore. Caltagirone, Castiglione di Sicilia, Godrano minacciato dalle fiamme. E l'allarme rosso della Protezione civile per tutta l'isola: il rischio incendi è «estremo». Non è un'emergenza stagionale. È la nuova normalità di una Sicilia che arde.
Non è il caldo. È il silenzio delle istituzioni che trasforma un'emergenza climatica in una strage annunciata. La Regione Siciliana sa che le temperature salgono, che i boschi sono secchi, che i mezzi aerei antincendio sono insufficienti. Ma come per il Parco degli Iblei, come per il dissesto idrogeologico, come per la depurazione: si aspetta. Si spera che piova. E intanto la terra brucia.
Il meccanismo
Il meccanismo della rassegnazione è sempre lo stesso: ogni anno le stesse emergenze, ogni anno gli stessi comunicati stampa, ogni anno le stesse promesse di potenziamento dei mezzi di spegnimento. Ma i fondi per la prevenzione — pulizia dei boschi, creazione di fasce tagliafuoco, manutenzione idrica — restano insufficienti. I cambiamenti climatici intanto accelerano: la rete Sias segnala temperature fino a 12 gradi oltre la media stagionale. La Sicilia è l’area del Mediterraneo con il riscaldamento più rapido, eppure non esiste ancora un piano regionale di adattamento climatico. Si spengono i roghi, non si prevenono. E la Regione, che ha competenza esclusiva in materia di protezione civile, continua a rispondere alle emergenze senza mai prevenire.
Le conseguenze per i deboli
Chi brucia? I piccoli comuni dell'entroterra, già spopolati e impoveriti. Caltagirone, Castiglione, Godrano: paesi dove la popolazione è anziana, i servizi scarseggiano e un incendio può distruggere in poche ore quello che la natura ha costruito in decenni. Chi subisce? I contadini che perdono i raccolti, gli allevatori che vedono i pascoli ridursi, i cittadini che respirano polvere e fumo per settimane. E i vigili del fuoco, che con organici ridotti combattono un nemico sempre più grande.