Vent'anni. La legge 222 del 29 novembre 2007 prevedeva l'istituzione del Parco Nazionale degli Iblei. Era il 2007. Da allora: tre fasi di concertazione, decine di incontri pubblici, tavoli tecnici, supporto dell'Ispra, una bozza di decreto trasmessa dal ministro Pichetto Fratin il 1° febbraio 2024 e — per quasi due anni — il silenzio. Fino alla sentenza del Tar di Catania del 9 giugno 2026: illegittimo il silenzio dell'amministrazione regionale.
Non è la storia di un parco che tarda ad arrivare. È la fotografia di come la burocrazia diventa uno strumento di potere: basta non firmare, non rispondere, non decidere. L'ente pubblico che usa l'inerzia come arma. E il Tar che alla fine deve nominare un commissario ad acta per costringere la Regione a fare ciò che la legge impone da quasi vent'anni.
Il meccanismo
Il meccanismo ha un nome: l'intesa tra Stato e Regione. La legge 394 del 1991 prevede che i parchi nazionali siano istituiti con decreto del Presidente della Repubblica, d'intesa con la Regione. Senza quell'intesa, tutto si blocca. La Regione Siciliana ha usato questo potere come un veto: non opponendosi formalmente, ma semplicemente non rispondendo. Il silenzio come strategia. La Corte Costituzionale (sentenza n. 12 del 2009) aveva già chiarito che l'inerzia prolungata viola il principio di leale collaborazione. Ma nella prassi, lo stallo è durato quasi due decenni.
Le conseguenze per i deboli
Chi paga? Il territorio degli Iblei, una delle aree naturalisticamente più ricche della Sicilia, che resta senza tutela. L'agricoltura di qualità, la zootecnia, il turismo sostenibile — tutte attività che un parco nazionale potrebbe valorizzare. Le comunità locali, che perdono l'occasione di uno sviluppo diverso. E l'ambiente, che in questi vent'anni è stato esposto a cementificazione, abusivismo e degrado senza un ente di gestione che lo proteggesse. L'articolo 9 della Costituzione — che dal 2022 include la tutela dell'ambiente tra i principi fondamentali — aspetta ancora di essere applicato.