Un operaio di 53 anni muore in cantiere e la Procura di Agrigento iscrive quindici persone nel registro degli indagati. Il pubblico ministero Annalisa Failla ha affidato al consulente informatico Manolo Belmonte il telefono di Gerlando “Gino” Brucceri, l'operaio agrigentino morto il 7 luglio dentro il cantiere della manutenzione straordinaria del viadotto Morandi, il ponte che i più chiamano ancora Akragas. Sul dispositivo ci potrebbero essere le ultime ore dell'uomo: messaggi, telefonate, documenti, forse anche dati cancellati. L'ipotesi è omicidio colposo. Tra gli indagati ci sono dirigenti dell'Anas, responsabili dell'impresa che conduceva i lavori e colleghi della vittima.

Quindici nomi sul registro degli indagati per la morte di un operaio. Non è un caso. È l'immagine di un cantiere dove la catena delle responsabilità era così lunga che nessuno, finora, si è sentito responsabile di nulla.

Il meccanismo

All'inizio si era parlato di malore. Poi di una possibile caduta. Le due versioni non si escludono, ma entrambe portano alla stessa domanda: che cosa stava facendo quell'uomo, nelle ultime ore, sopra quel viadotto? La Procura cerca la risposta dove oggi si custodiscono le verità dei cantieri: nel telefono. Il consulente Belmonte dovrà estrarre ogni elemento utile, anche ciò che è stato cancellato, per capire se Brucceri avesse comunicato problemi o difficoltà legate all'attività lavorativa prima della tragedia.

La tecnica dell'iscrizione diffusa ha qui un significato preciso. Quando si mettono nel registro dirigenti pubblici, responsabili d'impresa e lavoratori insieme, non si sta accusando nessuno. Si sta impedendo a tutti di dire che la morte era scritta nelle stelle. Gli accertamenti irripetibili vanno fatti subito, perché le prove nei cantieri evaporano: il cantiere si riapre, il ponte si ripara, la polvere si lava via. I carabinieri coordinati dalla Procura agrigentina continuano gli approfondimenti, mentre si attendono gli esiti dell'autopsia.

Le conseguenze per i deboli

Brucceri aveva 53 anni. Andava a lavorare su un viadotto della strada che attraversa la sua provincia, come centinaia di operai fanno ogni giorno in Sicilia tra ponti, gallerie e barriere New Jersey. Per chi sta in cima alla catena, un incidente sul lavoro è una voce di bilancio: un fermo cantiere, una pratica assicurativa, una citazione in tribunale tra anni. Per la famiglia è un posto vuoto a tavola per sempre.

E c'è un secondo prezzo, collettivo. Ogni volta che la morte di un operaio resta senza nome e senza colpevole, il cantiere vicino impara che il rischio si può comprimere senza conseguenze. La sicurezza sul lavoro costa, e chi la taglia risparmia due volte: sui presidi e sulle pause. Chi paga il risparmio lo conosce bene, e si chiama sempre allo stesso modo.

La domanda