Un teatro pieno, duemila persone, tutti i partiti rappresentati in platea: Galvagno e Sbardella di Fratelli d'Italia, Barbagallo del Pd, Vitrano di Forza Italia, Miccichè di Grande Sud. Un' coalizione trasversale per un obiettivo comune: mandare a casa Renato Schifani. Cateno De Luca ha riempito il Politeama di Palermo per lanciare il suo «governo di liberazione della Sicilia».

Non è un caso che il teatro fosse pieno. È il sintomo di una crisi politica che la Sicilia non vedeva da anni: il centrodestra al governo è spaccato, l'opposizione cerca una guida, e nel mezzo c'è un presidente della Regione che — secondo De Luca — ha «oltre il 50% delle norme approvate dal Parlamento siciliano non attuate». Zero riforme in tre anni.

Il meccanismo

Il meccanismo è quello dello spoils system senza risultati. Schifani è stato eletto con una maggioranza bulgara, ma da allora il governo regionale non ha prodotto una sola riforma strutturale. Le nomine sono state spartite secondo il manuale dello spoils system: un assessorato a FdI, uno alla Lega, uno a Forza Italia. Le poltrone distribuite come prebende ai fedelissimi. I fondi europei stanziati e mai spesi, rispediti a Bruxelles. Il centrodestra, intrappolato tra le inchieste giudiziarie (Gallo Afflitto, Cefpas) e l'impopolarità del governatore, non riesce a «staccare la spina». E intanto De Luca — forte del suo 1,5% nazionale — costruisce un movimento che si propone come alternativa meridionalista e autonomista, con l'obiettivo dichiarato di partecipare alle prossime politiche con liste proprie in tutta Italia.

Le conseguenze per i deboli

Chi paga per questa paralisi? I siciliani. Che aspettano riforme sulla sanità, sul lavoro, sull'ambiente. Che vedono i fondi europei non spesi e le leggi regionali non attuate. Che assistono a uno spettacolo politico dove il potere si disputa non per governare, ma per sopravvivere. In Sicilia la politica è diventata un'industria delle poltrone, e i cittadini sono gli azionisti di minoranza che non ricevono dividendi.

La domanda