Trentaquattro anni. Sono passati 34 anni dalla strage di via D'Amelio, e ancora oggi un procuratore generale deve ricordare che Paolo Borsellino non fu ucciso solo dalla mafia. «Fu combattuto dalle istituzioni», ha detto il procuratore generale di Cagliari, Patronaggio. «C'è stato l'interesse di aree deviate dello Stato».
Non è la mafia da sola che uccise Borsellino. È il sistema che lo lasciò solo, che lo circondò di «nemici non soltanto mafiosi», come lui stesso sapeva. Dopo le rivelazioni di Mutolo — magistrati infedeli, apparati deviati, depistaggi — il caso resta aperto. E la domanda che pochi si pongono è: perché?
Il meccanismo
Il meccanismo è sempre lo stesso: si isola chi fa sul serio, lo si lascia senza copertura, poi si depista. Il metodo della tensione controllata — così lo chiamano gli investigatori — prevede che si lascino filtrare informazioni parziali, si depistino le indagini con piste false, e si attenda che il tempo faccia il suo lavoro: dimenticare. A via D'Amelio arrivarono presenze anomale prima dell'esplosione. Telefonate che non quadrano. Un'agenda rossa mai ritrovata. Verbali che scompaiono. Non è una singola verità nascosta: è un metodo. Il metodo con cui pezzi dello Stato hanno protetto per decenni i veri mandanti, tessendo una ragnatela di silenzi e depistaggi che arriva fino ai giorni nostri.
Le conseguenze per i deboli
Chi paga il prezzo di questa verità negata? I cittadini siciliani, che vedono ogni giorno la mafia rigenerarsi mentre lo Stato litiga con se stesso. I familiari delle vittime, che aspettano da 34 anni una verità che non arriva mai. I magistrati onesti, che ogni giorno firmano atti sapendo di poter finire come Borsellino o Falcone se oltrepassano il confine invisibile. Che vedono i colleghi trasferiti, le indagini insabbiate, i collaboratori di giustizia che parlano e poi non vengono ascoltati. La lotta alla mafia è stata arretrata, come ha denunciato Giuseppe Conte: perché quando lo Stato si divide, vince Cosa Nostra.