Dietro le sbarre della casa circondariale di Gazzi, a Messina, da Ferragosto c'è un bambino di diciotto mesi recluso insieme alla madre. A denunciarlo sono i Garanti dei detenuti di Palermo, Messina e Siracusa, che parlano di situazione drammatica negli istituti di detenzione e di indifferenza delle istituzioni.
Pino Apprendi, Lucia Risicato e Giovanni Villari chiedono un intervento immediato alle autorità competenti. Un neonato, scrivono, non può vivere in una cella. E il contesto aggrava tutto: il sovraffollamento della struttura pesa sulla sanità penitenziaria già ridotta allo stremo. I garanti fanno appello alla magistratura di Sorveglianza, al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e al Tribunale per i minorenni perché ordinino una misura alternativa, il trasferimento in un istituto a custodia attenuata o l'inserimento in una casa famiglia protetta.
Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è come uno Stato possa dichiarare che la detenzione non si eredita e poi lasciare un bambino a crescere tra due porte d'acciaio.
Il meccanismo
Il caso di Gazzi non è un'anomalia. È la fotografia d'agosto di un sistema che funziona a ingranaggi noti. Il sovraffollamento riempie le celle oltre misura, la vecchiaia delle strutture spegne condizionatori e ascensori, la sanità penitenziaria regge a malapena le emergenze ordinarie. Quando arriva la calura, i passeggi all'aria aperta diventano pressoché impossibili e possono svolgersi soltanto nelle ore più calde della giornata. Il binomio sovraffollamento-calura, spiegano i garanti, genera picchi di stress e malumori generalizzati sia tra i detenuti sia tra il personale di polizia penitenziaria.
A Siracusa l'ingranaggio è già scattato. Nel carcere di Cavadonna i detenuti del circuito Alta Sicurezza hanno iniziato venerdì uno sciopero della fame. Disordini si sono registrati anche altrove. Ogni volta la risposta istituzionale è la stessa: contingente in cortile, comunicato della direzione, ritorno alla normalità. Mai un piano che riduca il numero delle persone detenute, mai un cantiere vero, mai un concorso per il personale sanitario che manca. La macchina gira a vuoto e produce solo tensione accumulata.
Le conseguenze per i deboli
In questo sistema i più deboli sono facili da elencare. C'è il bambino di diciotto mesi che non ha scelto nulla e cresce tra sbarre, con la salute che si gioca su decisioni che altri rimandano. Ci sono le madri detenute, punite due volte, dal giudizio e dalle condizioni materiali della pena. Ci sono gli agenti penitenziari in turno sotto il tetto lamiera a quaranta gradi, costretti a fare da pompiere di una rabbia che la politica lascia maturare. E ci sono le famiglie fuori, che per un colloquio attraversano la provincia e trovano una sezione chiusa.
Chi ci guadagna è soltanto chi ha fatto della rigidità penitenziaria un titolo elettorale, senza mai finanziare una singola misura alternativa in più. La dignità, in carcere, costa meno di un comunicato stampa. Ed è proprio quella che non arriva.