Il Comune di Palermo ha adottato il 18 agosto il PEBA, il Piano per l'Eliminazione delle Barriere Architettoniche, quarant'anni dopo la legge 41 del 1986 che lo istituisce. Il documento, voluto dalla giunta guidata da Roberto Lagalla e redatto dall'architetto Irene Calabria in raccordo con gli ingegneri Fabio Granata, responsabile unico del procedimento, e Marco Ciralli, capo area della pianificazione urbanistica, resta pubblicato per trenta giorni sul portale istituzionale e sull'albo pretorio per raccogliere osservazioni. Il piano nasce da un censimento capillare: 81 immobili di proprietà municipale, 26 asili, 28 scuole, 24 sedi amministrative e istituzionali, 3 musei, oltre a 7 siti UNESCO e ai principali percorsi pedonali della città. La stima economica complessiva è di circa 112.280.000 euro, articolati in tre fasi: interventi prioritari su asili, scuole e uffici da uno a tre anni, riqualificazione dei percorsi UNESCO e storici da quattro a sette, rigenerazione diffusa oltre i sette anni.
Quarant'anni. Una generazione intera è cresciuta, lavorata e invecchiata in una città che per quarant'anni ha rimandato un piano obbligatorio per legge. Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è: chi ha camminato, nel frattempo, sui gradini che non poteva superare?
Il meccanismo
Il PEBA non è un cantiere: è una mappa. Ogni edificio è stato rilevato sul campo, fotografato e georeferenziato in un database dinamico che l'amministrazione potrà aggiornare. Il meccanismo che il piano smonta è quello dell'invisibilità amministrativa: finché le barriere non si contano, non esistono nei bilanci. Un gradino all'ingresso di un asilo è un dettaglio architettonico finché non diventa una voce nel database, con un costo di abbattimento e una data. Da quel momento diventa una responsabilità misurabile. Il piano affronta anche le barriere sensoriali, cognitive e organizzative secondo i principi dell'Universal Design. Ma la mappa vale quanto la sua esecuzione: la graduatoria di priorità sarà perfezionata con il tavolo tecnico sulla disabilità, e il cronoprogramma si estende oltre i sette anni. La distanza tra l'adozione e l'ultimo mattone è la distanza dove i piani siciliani, di solito, si fermano.
Le conseguenze per i deboli
Per chi si muove su una sedia a rotelle, per chi non vede, per chi spinge un passeggino, la città di oggi è una serie di muri invisibili disegnati da altri. Un genitore su una sedia a rotelle non entra nell'asilo del figlio se c'è una scala. Un anziano non raggiunge la sede comunale dove risolve la sua pratica. L'esclusione architettonica è sempre anche esclusione sociale: decide chi può partecipare alla vita pubblica e chi resta a guardare. Le associazioni delle persone con disabilità aspettano questo piano da quarant'anni, e sono le prime a sapere che un piano adottato non è una città accessibile. Ma senza la mappa non c'è nemmeno la possibilità di chiedere conto di ogni gradino rimasto.