Da troppo tempo la Sicilia perde i suoi giovani. Stando ai dati del Cnel, tra il 2011 e il 2024, per l'emigrazione — verso l'estero e il nord Italia — la Sicilia ha perso decine di migliaia di giovani e ha pagato un costo collettivo di 17 miliardi di euro. Una cifra con cui si potrebbero costruire centinaia di scuole.

Non è la storia di giovani che inseguono un sogno. È la storia di una Regione che non offre un futuro ai suoi figli. Il dato più amaro del report «La Sicilia che resta e quella che va» è un altro: solo il 19 per cento dei 1150 giovani intervistati crede che la situazione migliorerà nei prossimi dieci anni.

Il meccanismo

«Tra formazione e lavoro c’è un divario crescente», spiega Carmelo Abate di ORA! Sicilia. Più alto è il titolo di studio, più cresce la propensione a emigrare. La Sicilia forma capitale umano di qualità, ma non riesce a trattenerlo. Il report nasce da un questionario sottoposto a 1150 giovani delle nove province siciliane. Ne emerge un quadro desolante: un mercato del lavoro percepito come chiuso, salari inadeguati, nessuna certezza che sia il merito a determinare il futuro. Le parole più usate alle domande aperte sono: 'opportunità', 'merito', 'sveglia'.

Le conseguenze per i deboli

Chi resta è chi non ha i mezzi per partire. La fuga dei cervelli è una tassa nascosta che pagano i più deboli: chi non ha una famiglia che può finanziare gli studi fuori sede, chi non ha una rete di contatti per trovare lavoro al nord. Intanto la Sicilia invecchia e si impoverisce. Abate lo dice chiaramente: «La Sicilia sta perdendo i suoi giovani perché non riesce a offrire loro ciò che hanno il diritto di pretendere: lavoro coerente con la formazione, retribuzioni dignitose, certezza del merito». Le proposte di ORA! Sicilia parlano di campus universitari, cruscotto delle competenze, mappatura dei fabbisogni. Ma senza volontà politica, restano parole.

La domanda