Il mare siciliano non gode di ottima salute. Su 23 punti campionati da Goletta Verde di Legambiente — di cui 16 a mare e 7 in punti critici di scarico o alle foci di fiumi — ben il 70% (16 punti) è risultato oltre i limiti di legge. Pochi i cartelli di balneazione trovati. Nessuna informazione per i bagnanti nel 91% dei casi.

Non è un problema di natura. È il fallimento della depurazione pubblica. La Sicilia getta i suoi reflui a mare da anni, e le istituzioni rispondono con il silenzio. Legambiente lo denuncia da 40 anni. La fotografia è sempre la stessa: acque contaminate da Escherichia coli ed enterococchi intestinali, e amministrazioni che non mettono neppure un cartello per avvertire i bagnanti.

Il meccanismo

Il monitoraggio ha coinvolto sei province: Messina, Trapani, Palermo, Catania, Caltanissetta, Agrigento. Nella provincia di Palermo, oltre il 60% dei punti è fuori legge. A Catania, tutti e tre i punti sono risultati fortemente inquinati. Ad Agrigento, tutte e tre le foci di fiume sono contaminate. A Messina, due punti su tre oltre i limiti. Il caso più emblematico è Aci Trezza (CT), dove il mare risulta fortemente inquinato dal 2020 a causa di problemi di depurazione noti da anni ma mai risolti. La causa: la lentezza dei lavori per il collettore. I cittadini hanno denunciato che gli scogli sono ricoperti da materiale di risulta e rifiuti. Legambiente ha srotolato lo striscione «Che Vergogna».

Le conseguenze per i deboli

I primi a pagare sono i bagnanti, i pescatori, i residenti delle zone costiere. Chi può permettersi una vacanza altrove va altrove. Chi resta — la maggioranza dei siciliani — nuota in acque contaminate senza saperlo, perché nel 43% dei punti monitorati i cartelli di divieto di balneazione non ci sono. Un turismo balneare che vale milioni di euro viene danneggiato dall'incapacità della Regione di garantire la depurazione delle acque reflue. E intanto, le amministrazioni comunali continuano a non rispettare l'obbligo di informare i cittadini.

La domanda