Trentasette anni dopo l'istituzione del Parco delle Madonie, un falò acceso in zona A, a pochi metri dalla sorgente di Piano Zucchi, illumina la notte di agosto. Siamo in piena stagione secca, sotto gli alberi. È illegale. A chi fa notare che sta commettendo un reato, la risposta è: fatti i cazzi tuoi. E poi: mio padre è un ispettore della Forestale.

Quella frase vale più di un'inchiesta. Il parco non lo protegge chi dovrebbe proteggerlo: lo possiede chi lo abita come un privilegio. I daini pascolano indisturbati a bordo strada a Piano Battaglia, i cinghiali marciano in gruppo verso il bevaio. Il sottobosco non ha un germoglio che sia uno.

Il meccanismo

Il parco doveva essere il sogno dello sviluppo autocentrato, il modello immaginato da Federico Butera e Giuseppe Barbera: natura, arte, sport, agricoltura e turismo consapevole, la costa legata alla montagna. La proposta di istituzione fu elaborata sotto la guida di Titta Scimemi, con le battaglie di Piano Cervi e contro la strada da Petralia a Piano Battaglia. Trentasette anni dopo, a denunciare è uno di quei progettisti, di ritorno da Cipampini verso Gibilmanna.

Il degrado ha un meccanismo preciso. Dal vecchio distaccamento del Corpo Forestale, racconta, fuggirono i daini progenitori delle migliaia che oggi distruggono i boschi. Cinghiali e daini aggrediscono gli ecosistemi senza che nessuno li governi: le coturnici sono sparite, la conca della Quacella è un pascolo inaridito. E chi accende il fuoco in agosto lo fa forte della propria impunità, con la scusa che l'acqua non c'è e il fuoco non si spegne facilmente.

Le conseguenze per i deboli

Le conseguenze ricadono su chi non c'entra nulla: i borghi delle Petralie, Cipampini, Gibilmanna, che vivono di quel territorio e lo vedono morire sotto i denti dei cinghiali e sotto le fiamme di chi non rispetta nulla. Ogni germoglio mangiato, ogni specie che scompare è un pezzo di futuro che si consuma. Chi paga? Gli allevatori che perdono i pascoli, i giovani che non trovano lavoro, i turisti che non arrivano più. Il parco, nato per proteggere, è diventato il regno di pochi.

La domanda