Antonello Nicosia, ex collaboratore parlamentare di Sciacca, dovrà pagare 15 mila euro alla Presidenza del Consiglio. È già stato condannato a 13 anni per associazione mafiosa e falso nell’inchiesta “Passepartout”. La Corte dei conti, presidente Annaluisa Carra, gli ha riconosciuto il danno all’immagine delle istituzioni.

Tra gennaio e maggio del 2019 Nicosia accompagnava una deputata della Repubblica nelle visite agli istituti penitenziari. Entrava nelle carceri, interloquiva con esponenti mafiosi detenuti in regime di carcere duro, monitorava l’eventuale avvio di percorsi di collaborazione con la giustizia. Veicolava messaggi da e per l’esterno. Con il pass di un parlamentare.

**Il meccanismo.**
Il rapporto di servizio con l’apparato statale non passa da un concorso. Nicosia non era un dipendente pubblico: era il collaboratore di una deputata, occupato di questioni legate ai detenuti. L’incarico durò quattro mesi, da gennaio a maggio del 2019, e gli diede accesso alle strutture carcerarie, alle sezioni di carcere duro, ai colloqui con chi stava valutando di collaborare con la giustizia. Un tema nobile, i diritti dei detenuti, trasformato in una chiave per le prigioni. Quel ruolo gli ha aperto le porte degli istituti di pena, e le ha aperte anche ai suoi interlocutori: esponenti mafiosi in carcere duro, che attraverso di lui potevano far arrivare parole all’esterno e riceverne.
La procura contabile, diretta da Pino Zingale, aveva chiesto 50 mila euro. I giudici ne hanno riconosciuti 15 mila, per la durata limitata delle condotte collegate all’incarico e la diffusione prevalentemente locale della vicenda. Quattro mesi di ingressi in carcere, un’organizzazione mafiosa servita, l’immagine dello Stato compromessa: 15 mila euro. Meno di un terzo di quanto chiedeva la procura contabile. La Corte ha scritto che l’uso delle prerogative legate all’attività parlamentare, per interessi riconducibili all’organizzazione mafiosa, ha danneggiato le istituzioni. Poi ha fissato il prezzo.

**Le conseguenze per i deboli.**
Il costo non lo paga solo lo Stato. Lo pagano i detenuti comuni, le vittime delle estorsioni, i familiari di chi aspetta giustizia: ogni messaggio veicolato dentro un istituto di pena è una decisione presa altrove. E lo paga il parlamento, che scopre come le proprie prerogative possano diventare un lasciapassare per chi sta dall’altra parte.
La sentenza lascia aperta una questione sui controlli: chi verifica per chi lavorano i collaboratori dei parlamentari? Chi chiede conto delle visite negli istituti?

**La domanda.**
Quanti altri hanno varcato quelle porte, prima che qualcuno facesse i conti?