«L'autonomia non va cancellata, va esercitata meglio.» Lo dice Renato Schifani al Corriere della Sera, difendendo «il diritto dei siciliani a governare la propria terra». Il presidente della Regione risponde così a chi, dopo ottant'anni di Statuto, chiede conto dei risultati dell'autogoverno: sanità in affanno, finanziamenti non spesi, opere ferme, prevenzione assente.

Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è: a che serve un'autonomia che non governa?

Il meccanismo

L'autonomia speciale, nell'analisi che circola in queste ore, è lenta, appesantita da burocratismo e incertezze decisionali, poco abile nello sfruttare finanziamenti esterni e debolissima nella gestione di materie cruciali come la sanità. Né lo stato napoleonico né quello sturziano hanno funzionato secondo le promesse costituzionali: ma se si chiedesse ai siciliani se si sentono ben governati, la risposta sfiorerebbe la quasi totalità di un giudizio negativo o perplesso. Poco attenta alla necessaria prevenzione in tutti i campi, dalle opere d'arte alle infrastrutture: lo dice anche Mulè, richiamando il furto di Antonello al museo di Messina, la crisi dell'Etna, la frana di Niscemi.

Per questo Buttafuoco chiede un cambiamento dei protagonisti, consapevole che è solo un inizio: la scommessa più ardua è dare ai siciliani un buon governo «che non hanno mai avuto». E lo stesso Schifani, difendendo lo Statuto, sembra ammettere che l'autonomia non include di necessità il buon governo. Nel frattempo la partecipazione politica si è spenta, sostituita da un diffuso cinismo e dalla ricerca individuale del tornaconto personale: il declino non si inverte con gli appelli al buon senso, ma con una classe dirigente che non arriva.

Le conseguenze per i deboli

Chi paga l'autonomia che non funziona è il cittadino che aspetta: una lista d'attesa, un'opera pubblica, un servizio. È il siciliano che vede le risorse esterne tornare indietro mentre i suoi comuni arretrano. È la fiducia stessa che si spegne: quando l'autogoverno non produce risultati, cresce il rimpianto dei prefetti, il ritorno al centralismo come punizione collettiva. E i più deboli, come sempre, arrivano ultimi.

La domanda