Nella notte, ignoti hanno ricoperto di olio motore la Hyundai di don Ugo Di Marzo, parroco della chiesa Maria Santissima delle Grazie a Roccella, alla periferia di Palermo. L'auto era parcheggiata sotto l'abitazione di alcuni familiari del sacerdote.
La polizia indaga e sta acquisendo le immagini dei sistemi di videosorveglianza. Gli investigatori verificano ogni elemento utile a capire se l'episodio possa essere collegato all'attività svolta dal sacerdote nel quartiere.
L'olio su una macchina non è un danno. È un messaggio. E il messaggio è rivolto a un uomo che da dieci anni tiene aperta una chiesa in un quartiere difficile, dove la parrocchia è una delle poche porte che non si chiudono.
**Il meccanismo.**
Don Ugo non è nuovo a queste attenzioni. Qualche mese fa aveva subito minacce allo Sperone, da un ragazzino. Prima ancora gli avevano rubato il furgone usato per portare i ragazzi alle gite, poi ritrovato. Il sacerdote minimizza: "Non sono preoccupato. Sono qui ormai da 10 anni e devo dire che il quartiere è cambiato molto, c'è più attenzione per il bene comune, più rispetto". E rifiuta l'etichetta di "parroco di frontiera": "Bisogna solo imparare a muoversi, sapere quando essere rigidi e quando invece usare un altro approccio". La chiesa è aperta a tutti, tutto l'anno, a qualsiasi ora: i residenti lo sanno, dice il parroco. E sanno anche che da dieci anni quella porta non si è mai chiusa. Intorno a questa chiesa vive un "meccanismo virtuoso", come lo chiama lui: realtà associative e imprenditoriali che aiutano famiglie e ragazzi, una struttura aperta tutto l'anno, a qualsiasi ora.
**Le conseguenze per i deboli.**
Ogni atto di questo tipo colpisce due volte. La prima il sacerdote. La seconda la comunità: i ragazzi che quella chiesa la usano, le famiglie che ci trovano aiuto, i residenti che vedono tornare un gesto che conoscono bene. Il furgone rubato e ritrovato, le minacce di qualche mese fa, ora l'olio sulla carrozzeria: sono tappe di una stessa lezione, quella che i quartieri difficili conoscono bene. Chi imbratta un'auto non vuole ferire un uomo. Vuole ricordare al quartiere che nessuna presenza è al sicuro, che lo spazio si può ancora intimidire. E in una periferia dove la speranza si regge su poche colonne, ogni segnale conta.
**La domanda.**
Quando gli investigatori troveranno gli autori, qualcuno spiegherà cosa voleva dire quel gesto?