Due opere su quattro sono ancora introvabili. La sera di Ferragosto, mentre in piazza Duomo passava la Vara, qualcuno è entrato al MuMe di Messina e ha portato via tre tavole del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte, acquistata dalla Regione Siciliana da Christie's nel 2003 per 319mila sterline. Gli investigatori ora cercano il basista: analizzano le telecamere del museo e delle strade vicine.

Chi ha agito sapeva cosa cercare e dove andare. Il giorno dopo il furto, nessuna istituzione risponde alla domanda che conta: chi custodiva quel patrimonio, e come?

**Il meccanismo.**
Vittorio Sgarbi, che attribuì la tavoletta ad Antonello e ne spinse l'acquisto da parte dell'allora assessore Fabio Granata, parla di «un furto messo a segno da ignoranti», ladri convinti di poter piazzare opere che nessun mercato legale comprerà. Sul sistema di protezione del museo non concede sconti: «se il sistema avesse funzionato a dovere, i ladri non sarebbero usciti».

La domanda va oltre Messina. Sul Fatto Quotidiano la professoressa Daniela Mainenti ricorda che l'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, diretta dal settembre 2024 dal prefetto Maria Rosaria Laganà, ha costruito piattaforme per immobili e mezzi, e dal 2021 gestisce una vetrina telematica per le auto confiscate. Per le opere d'arte sequestrate alla criminalità non esiste un catalogo pubblico: quante sono, dove stanno, quante aspettano una destinazione, da quanti anni. Nessuno lo sa. Nel 2024 il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha recuperato 80.437 beni per un valore stimato di circa 130 milioni di euro. Lo Stato sa costruire una macchina per cercare l'arte quando sparisce. Non sa dire quanta ne possiede già.

**Le conseguenze per i deboli.**
Una cinquantina di cittadini si è ritrovata sul lungomare di Messina per chiedere chiarezza e denunciare i dubbi sulla sicurezza del museo. Le associazioni chiedono personale e videosorveglianza h24, e parlano del rischio di un nuovo caso Caravaggio: opere che spariscono e non tornano più. Il patrimonio è dei messinesi, degli studiosi, di chi paga un biglietto. Ogni tavola che non torna è un pezzo di storia comune destinato al mercato nero, dove i veri guadagni li fanno i ricettatori, non chi ha tagliato i vetri. Se per un'auto confiscata esiste una vetrina digitale e per un Fontana o un De Chirico no, la gerarchia delle priorità dello Stato è sotto gli occhi di tutti.

**La domanda.**
Se lo Stato non sa nemmeno quante opere confiscate possiede, con quale autorità promette che quelle esposte non spariranno?