Daniele Pitteri lascia la sovrintendenza dell'INDA, l'Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa. La carica, ricoperta da marzo 2025, finisce dopo diciassette mesi. La comunicazione è arrivata via mail, attraverso il suo legale, e la decisione, come riferisce La Sicilia, è maturata dopo un confronto con la governance della fondazione.

Non è un caso isolato. È il secondo vertice che salta in meno di tre anni: Valeria Told si era dimessa all'improvviso a febbraio del 2024, la gestione era passata a Marina Valensise, poi era arrivato Pitteri. La poltrona del teatro greco brucia in fretta.

Il meccanismo

L'INDA non è un palcoscenico qualunque: è l'istituzione che porta i classici nel teatro greco di Siracusa, con fondi pubblici e una governance che incrocia Regione, soci e città. Al vertice si arriva per nomina, non per concorso. E quando il vertice dipende dagli equilibri di stanza dei bottoni, ogni scontro si paga in dimissioni. Pitteri è giornalista, docente di comunicazione e marketing, curatore: un profilo da circuito nazionale, con collaborazioni che vanno dalla Biennale di Venezia al Premio David di Donatello, dalla Triennale di Milano al Museo Palazzo Riso di Palermo. Il curriculum non ha evitato lo scontro. Chi nomina decide, chi è nominato risponde. E chi non regge, esce, come era uscita la Told nel 2024. Dopo la fuga della Told, la gestione era passata temporaneamente a Marina Valensise: una reggenza, in attesa del nuovo corso. La regola del sistema è il provvisorio.

Le conseguenze per i deboli

Ogni volta che il vertice salta, il teatro si ferma. La programmazione entra in un limbo: i cartelloni si congelano, i contratti aspettano, le decisioni si rimandano. Chi paga non sono i consiglieri: sono i lavoratori dello spettacolo, le maestranze, le compagnie, i tecnici che vivono di stagione in stagione. E sono i cittadini che finanziano l'istituzione con le tasse e la vedono navigare senza timone. Le stagioni si preparano con largo anticipo: un vertice che salta è un cartellone che si restringe, contratti che slittano, maestranze che restano a casa. La cultura pubblica non è una poltrona. Ma chi la governa, troppo spesso la tratta come tale.

La domanda