Il 6 agosto 1985 un commando mafioso assassinò a Palermo il vicequestore aggiunto Ninni Cassarà e l'agente Roberto Antiochia. Oltre 200 colpi di kalashnikov, sotto casa, sotto gli occhi della moglie del funzionario. Lo stesso giorno, 46 anni fa, era stato ucciso il magistrato Gaetano Costa. Il 6 agosto 2026, a 41 anni dall'agguato, il questore di Palermo Vito Calvino ha deposto una corona d'alloro e una messa in suffragio è stata celebrata nella cappella della caserma Pietro Lungaro.

Ricordarli non significa soltanto celebrare due eroi, ha detto il sindaco Roberto Lagalla: significa interrogare la nostra coscienza civile. Perché la memoria è l'unica cosa che la mafia non può confiscare. E chi la lascia spegnere consegna alla criminalità la vittoria più silenziosa.

Il meccanismo

La stagione di sangue degli anni Ottanta fu la risposta di Cosa Nostra allo Stato che indagava sui suoi affari. Cassarà aveva indagato sui legami tra mafia, traffico di droga e apparati dello Stato; Costa aveva firmato il primo mandato di cattura contro i vertici mafiosi. Entrambi pagarono con la vita la fedeltà al dovere. Il deputato regionale Marco Intravaia, componente della commissione regionale Antimafia, ricorda che da allora sono state tante le vittorie dello Stato, ma avverte: non bisogna mai abbassare la guardia, perché la criminalità organizzata è sempre pronta a rialzare la testa.

Il meccanismo che ieri uccideva con le armi oggi si riproduce con il consenso, le relazioni, l'infiltrazione nell'economia. La memoria non è un museo: è lo strumento che permette di riconoscere i metodi vecchi sotto le forme nuove.

Le conseguenze per i deboli

Il sacrificio di Cassarà, Antiochia e Costa appartiene a chi resta: alle istituzioni che ne raccolgono l'eredità, ai cittadini che scelgono la legalità, ai giovani che quegli anni non li hanno vissuti ma ne ereditano le conquiste. Quando la memoria si riduce a una corona deposta una volta all'anno, e il resto dell'anno si accettano compromessi, infiltrazioni, appalti pilotati, il sacrificio diventa un rito svuotato. La trasparenza e la legalità non si celebrano: si esercitano ogni giorno.

La domanda