Il servizio Asacom, l'assistenza all'autonomia e alla comunicazione che accompagna gli studenti con disabilità nelle scuole della Città metropolitana di Catania, rischia di essere ridotto. La bozza del nuovo Accordo di programma sull'inclusione scolastica ipotizza un massimo di 12 ore settimanali di assistenza per chi frequenta la scuola secondaria, contro un orario curriculare di 30 ore. La stessa riduzione toccherebbe i bambini dell'infanzia e della primaria. A denunciarlo è Concetta Raia, dirigente regionale del Pd: per ragioni di bilancio si starebbe valutando il taglio di un servizio essenziale.
Non si risanano i bilanci riducendo i diritti. Dietro il richiamo alla riforma introdotta dal D.Lgs. 62/2024 e al Progetto di Vita rischia di nascondersi una logica ragionieristica: fissare tetti preventivi alle ore di assistenza, indipendentemente dai reali bisogni degli studenti. I diritti diventano una variabile dipendente dei bilanci comunali.
Il meccanismo
Il quadro normativo è chiaro. La Costituzione, la Legge 104/1992, il D.Lgs. 66/2017 e la giurisprudenza consolidata affermano un principio inequivocabile: le esigenze di bilancio non possono comprimere un diritto fondamentale come quello all'istruzione e all'inclusione delle persone con disabilità. Ogni intervento andrebbe definito dal GLO, il gruppo di lavoro operativo, insieme a famiglie, scuola, ASP e a tutti i soggetti competenti, sulla base dei bisogni della persona.
Invece la bozza introduce tetti prestabiliti. Il messaggio è preciso: l'inclusione è un costo da contenere, non un diritto da garantire. L'assistente all'autonomia e alla comunicazione non è un costo da eliminare: è la figura che rende concretamente possibile il diritto allo studio. Senza il servizio Asacom, l'inclusione scolastica diventa una promessa vuota.
Le conseguenze per i deboli
A pagare sarebbero gli studenti più fragili e le loro famiglie: bambini che rischiano di non poter comunicare, ragazze e ragazzi che rischiano di non poter partecipare alle attività della classe, famiglie che vedrebbero lo Stato arretrare proprio quando dovrebbe garantire maggiore tutela. E con loro centinaia di lavoratrici e lavoratori altamente qualificati, spesso precari, che ogni giorno garantiscono il servizio: la riduzione delle ore significa stipendi ridotti, competenze disperse, servizio smantellato.