Il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, lo ha detto davanti alla Commissione nazionale Antimafia: la mafia cerca i droni lanciamine, "armi da cui non siamo preparati a difenderci". E i boss, appena entrati in cella, ricevono subito un telefono.
Non è un'emergenza annunciata: è un sistema che si riarma. Da una parte le armi del mercato nero nato con la guerra in Ucraina — provenienza balcanica, transitate dal Salento — dall'altra i cellulari che entrano nei reparti di alta e media sicurezza come il pane. Cosa Nostra continua a comandare, ha detto il procuratore. La domanda è: chi glielo permette?
Il meccanismo
L'audizione del 28 luglio disegna il meccanismo con precisione. Le armi trovate vengono dal Salento ma nascono nell'ex Jugoslavia; i boss, dice De Lucia, mostrano interesse verso armi più sofisticate, quelle del mercato nero nato con la guerra Russa-Ucraina. E ci sono segnali di acquisto di droni lanciamine: un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità, nel circondario di Palermo e in altri territori.
Il secondo ingranaggio è il carcere. Il 41 bis funziona, ammette il procuratore. Ma i mafiosi che entrano in alta o media sicurezza — perché non hanno la qualifica di capi — vengono immediatamente dotati di telefoni. Così la custodia cautelare cautela ben poco: chi è in galera continua a ordinare, e la gerarchia non si interrompe, cambia solo il luogo da cui si comanda.
Le conseguenze per i deboli
Le prime vittime sono le vittime del racket. De Lucia è stato esplicito: quando chi hai denunciato ordina i danneggiamenti dalla cella, è difficile capire l'utilità delle denunce. Il negoziante che paga il pizzo lo sa, il testimone lo sa: lo Stato chiede coraggio ma non garantisce che la parola data valga più di un telefono in una cella.
La seconda conseguenza è politica: ogni cellulare trovato in carcere è una sconfitta della credibilità delle istituzioni, e ogni segnale di riarmo della mafia è una promessa di violenza futura. Intanto l'arsenale cresce, e la difesa dichiara di non essere pronta.