C'è una tentazione che in Sicilia ritorna con una puntualità quasi commovente: quando una riforma non produce gli effetti sperati, invece di chiedersi perché non abbia funzionato, si decide che la colpa sia della riforma. E così la si smonta. Succede anche adesso. Siccome il governo regionale arranca e il voto segreto all'Assemblea Regionale Siciliana è diventato il rifugio dei franchi tiratori, dei ricatti e delle vendette interne, qualcuno propone di abolire l'elezione diretta del Presidente della Regione. È una cura curiosa, scrive Davide Faraone: per sconfiggere il potere dei notabili si restituisce loro il potere che gli era stato tolto.

Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è questa: perché, ogni volta che la politica siciliana entra in crisi, la soluzione proposta non è mai punire chi ricatta, ma togliere il voto ai cittadini?

Il meccanismo

Il meccanismo è la distribuzione del potere come collante di maggioranza. Le aziende sanitarie, le società partecipate, gli enti regionali: «sono stati dati in appalto ai notabili a cui viene chiesto di generare consenso clientelare», scrive Faraone. Non si tiene insieme una maggioranza attorno a un progetto, ma attorno alla distribuzione di incarichi, nomine e centri di potere. E quella distribuzione, in Sicilia, non ha prodotto soltanto instabilità: ha prodotto inchieste, arresti, assessori e deputati coinvolti in vicende giudiziarie, sistemi di potere opachi costruiti attorno alla gestione della cosa pubblica. Quando il consenso si alimenta con il controllo del potere, il confine tra politica e mala politica diventa sempre più fragile.

Il voto segreto è l'arma del sistema: consente di colpire senza firmare, di ricattare senza esporsi, di far cadere leggi e governi senza assumersi responsabilità. E l'alibi di Renato Schifani, secondo Faraone, si dissolve proprio qui: «Il sistema dei ricatti non nasce da solo. Si alimenta quando un Presidente preferisce convivere con i notabili invece di sfidarli. Quando distribuisce centri di potere invece di costruire consenso politico. Quando accetta il compromesso permanente pur di arrivare a domani». E quando quella rete di potere finisce troppo spesso nelle carte delle procure, non è colpa dell'elezione diretta: è colpa di chi ha trasformato le istituzioni in uno strumento di gestione del consenso anziché di governo.

Le conseguenze per i deboli

Chi paga sono i cittadini, sempre. Ogni nomina regalata a un notabile è un servizio negato a chi ne ha diritto: un posto in una partecipata è un'assunzione che non c'è, un incarico in un'azienda sanitaria è un reparto che resta scoperto. Chi paga sono i siciliani che vedono le loro istituzioni discutere di poltrone mentre gli ospedali chiudono reparti e i giovani partono. E chi paga è la democrazia stessa: abolire l'elezione diretta significherebbe dire ai siciliani che il loro voto è stato un errore, che da domani si torna a decidere tutto nelle stanze chiuse. «Sarebbe la vittoria definitiva dei notabili. Gli stessi notabili che, troppo spesso, hanno trasformato il potere in un sistema di fedeltà personali e, non di rado, hanno consegnato la politica siciliana alle cronache giudiziarie».

La domanda