Nel 2025, il 13,3% dei giovani tra 15 e 29 anni in Italia si trova in condizione di Neet, Not in Education, Employment or Training. È la quarta percentuale più alta in Europa, un continente dove il fenomeno si concentra di norma nelle aree rurali, ferme al 12,2%. In Italia, invece, il cortocircuito scatta proprio nei grandi centri urbani. E nel capoluogo etneo l'anomalia diventa regola: migliaia di ragazzi restano semplicemente fermi. Fuori dalle aule universitarie, lontani dal mercato del lavoro, intrappolati in un territorio che forma talenti ma fatica a offrire sbocchi coerenti, costringendo molti a fare le valigie. Un giovane su tre, a Catania, non lavora.
Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è questa: come si spiega che una città con gli atenei pieni — simbolo di formazione che attira da tutta la Sicilia — sia la stessa in cui un giovane su tre resta fermo, con i record negativi concentrati nei rioni storici e nelle periferie?
Il meccanismo
Il meccanismo è il disallineamento tra formazione e lavoro. Catania forma talenti: le aule universitarie sono piene. Ma il tessuto produttivo non assorbe. I dati elaborati da Openpolis, quartiere per quartiere, restituiscono una mappa impietosa: l'inattività non è distribuita a caso, si concentra nei rioni storici e nelle periferie, dove la distanza dal mercato del lavoro è anche distanza sociale. È la stessa città che «dovrebbe funzionare da polo d'attrazione, incrociando università, imprese e innovazione», come dice il dossier di CataniaToday, ma i meccanismi si inceppano. Le competenze si formano e poi non trovano sbocchi coerenti: chi può, parte; chi non può, resta fermo. La presidente della VII Commissione consiliare, Erika Bonaccorsi, lo dice senza giri di parole: «Dietro le percentuali ci sono migliaia di rinunce, serve una rete tra aule e aziende per trattenere le competenze».
Il paradosso è europeo prima ancora che catanese: mentre nel resto d'Europa l'inattività giovanile svuota le province rurali, in Italia il fenomeno esplode nei grandi centri. Catania è la cartina di tornasole di un Paese che forma senza assumere, che laurea senza inserire, che riempie le aule e svuota i quartieri.
Le conseguenze per i deboli
Chi paga sono i giovani dei quartieri poveri, quelli che non hanno la rete familiare per sostenere anni di attesa: per loro l'inattività non è una scelta, è una condanna. Chi paga sono i rioni storici e le periferie, che vedono partire chi ha studiato e restare chi non ha alternative. Chi paga è l'intera città, che investe nella formazione dei suoi figli e poi li consegna all'emigrazione: le competenze formate con i soldi pubblici — scuola, università, servizi — vengono regalate ad altre economie. E chi ci guadagna, in questo schema, è un sistema che continua a produrre precariato e partenze invece di costruire quel ponte tra aule e aziende che la politica promette da decenni e non realizza mai.