MADDALUSA SENZ'ACQUA DA TRE MESI: I CITTADINI CHIEDONO IL CONSIGLIO COMUNALE APERTO
Da tre mesi la contrada Maddalusa, ad Agrigento, è senza acqua. Il Consiglio comunale ha approvato all'unanimità una mozione il 15 luglio: la situazione è rimasta identica. Ora cittadini, associazioni, comitati di quartiere e sindacati chiedono una seduta urgente del Consiglio, aperta alla cittadinanza. Il presidente dell'assise, Giovanni Civiltà, sarebbe pronto ad accoglierla.
Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è questa: come si fa a vivere tre mesi senza acqua in una casa che, per di più, qualcuno minaccia di demolire?
Il meccanismo
La richiesta firmata dai cittadini agrigentini elenca tutto il campionario: la «gravissima crisi idrica a Maddalusa, da ben tre mesi senza acqua ed ancora irrisolta», una mozione approvata all'unanimità e mai attuata, «continue notizie intimidatorie che circolano, gettando nella più cupa disperazione interi nuclei familiari». E poi la spada di Damocle: la minaccia delle demolizioni delle costruzioni della contrada. Se venisse realizzata, scrivono i cittadini, «migliaia di persone perderebbero la prima ed unica casa, stabile loro residenza, e si vedrebbero buttate in mezzo ad una strada». Il meccanismo è sempre lo stesso, in questa Sicilia dei servizi che non arrivano: la delibera si approva, la carta si accumula, il rubinetto resta asciutto. E quando i residenti alzano la voce, la risposta non è un'auto cisterna ma la ruspa.
Le conseguenze per i deboli
Chi subisce non è un'azienda con i serbatoi privati. Sono nuclei familiari «letteralmente distrutti», come scrivono gli stessi firmatari: anziani, famiglie con bambini, gente che paga le tasse e la bolletta di un servizio che non esiste. L'acqua a Maddalusa è un diritto negato da novanta giorni, in piena estate siciliana, con le temperature che superano i quaranta gradi. E la minaccia delle demolizioni trasforma la crisi idrica in una questione di esistenza: perdere la casa dopo aver perso l'acqua. I cittadini chiedono che il Consiglio comunale si svolga «a porte aperte», con sindacati, autorità ecclesiastiche, ordini professionali e associazioni ammessi a esporre il proprio pensiero. Una richiesta di trasparenza che dice molto su come, finora, si sia deciso a porte chiuse.