CARCERI SICILIANE, IL PD DOPO LE ISPEZIONI: CAVADONNA SOPRA DEL 33%
Sovraffollamento, personale insufficiente, assistenza sanitaria inferiore agli standard minimi, strutture riadattate ma inadeguate. È il quadro emerso dalle ispezioni del Pd in tre carceri siciliane: la casa circondariale di Caltagirone, quella di Siracusa — dove la popolazione carceraria supera del 33% la pianta organica — e Termini Imerese, nel Palermitano.
Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è questa: in un carcere dove i detenuti sono un terzo in più di quelli previsti, di chi è la colpa di chi sta male?
Il meccanismo
Il meccanismo è scritto nei numeri delle ispezioni condotte dal senatore Peppe Provenzano e dai deputati Stefania Marino e Antonio Nicita, nell'ambito dell'iniziativa nazionale del Pd nata dall'allarme lanciato dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. A Caltagirone mancano figure specifiche, con problemi legati in particolare alla detenzione di donne e ai ricoveri per motivi sanitari. A Siracusa, come dice Nicita, «si registra la situazione più delicata in termini di sovraffollamento», con una popolazione superiore al 33% di quanto previsto. A Termini Imerese, secondo Provenzano, «la carenza di personale e le difficoltà che derivano dal sovraffollamento» pur restando «in linea con la media nazionale». Il quadro è un ingranaggio: il sovraffollamento scarica il peso su chi lavora — poliziotti penitenziari in numero insufficiente — e su chi è detenuto, che riceve un'assistenza sanitaria sotto gli standard minimi. L'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo proprio per questo: celle sovraffollate, cure negate.
Le conseguenze per i deboli
In carcere la dimensione di classe si capovolge: chi sta dentro è per definizione chi non ha potuto permettersi una buona difesa. Ma le conseguenze non si fermano ai muri. Un detenuto che non riceve cure adeguate esce peggio di come è entrato: più malato, più fragile, più propenso a recidivare. Il sovraffollamento non è un problema di spazio: è un problema di dignità e di salute pubblica. Quando Provenzano chiede «occasioni per impiegare il tempo in modo costruttivo», formazione, lavoro e studio dentro le celle, tocca il punto: il carcere che non rieduca è una fabbrica di recidiva, e la recidiva la pagano le periferie da cui i detenuti vengono e a cui tornano. Chi guadagna da questo sistema? Nessuno, tranne chi specula sulla paura.