**Droga e cellulari oltre le mura del carcere, fatti volare con i droni. Quattro misure cautelari — una custodia in carcere, una agli arresti domiciliari, due obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria — eseguite il 28 luglio dalla Polizia di Stato di Catania su disposizione della Procura Distrettuale.** I quattro rispondono, a vario titolo, di acquisto, detenzione e cessione di stupefacenti, con l'aggravante del metodo mafioso. E dietro di loro, secondo gli inquirenti, c'è l'ombra del clan Cappello-Bonaccorsi, con base operativa al Villaggio Sant'Agata.
Non è un caso. È il meccanismo della criminalità che si aggiorna: quando i controlli chiudono i canali tradizionali, la tecnologia apre rotte nuove. Il carcere non è più un luogo separato dal territorio — è un mercato servito a domicilio.
Il meccanismo
La compagine criminale è composta soprattutto da «giovani leve», alle quali è contestato l'utilizzo del metodo mafioso; ad alcuni componenti anche l'aggravante di aver agevolato il clan Cappello-Bonaccorsi, operante nella provincia catanese. Le indagini partono da lontano: dalla sparatoria della primavera 2022 davanti al locale notturno «Ecs Dogana» di Catania, degenerazione di una lite tra ragazzi vicini al clan Mazzei, i «Carcagnusi», e un cantante neomelodico legato alla famiglia rivale. Da lì, il 9 agosto 2022, le prime ordinanze di custodia cautelare; oggi la rete si allarga ad altri 22 indagati, già attinti da misura, coinvolti in contesti associativi dediti al traffico di stupefacenti e in numerose sparatorie nel capoluogo. La struttura è gerarchizzata: suddivisione di ruoli e compiti tra affiliati, una leadership riconosciuta. Il drone è solo l'ultimo strumento di un'organizzazione che ragiona come un'azienda.
Le conseguenze per i deboli
Ogni cellulare introdotto in carcere è un filo che tiene vivo il comando esterno: estorsioni, regolamenti di conti, gestione del pizzo continuano da dentro. Ogni dose di droga oltre il muro è una nuova dipendenza, un nuovo ricatto, una nuova violenza nei reparti. E a pagare sono i detenuti comuni, gli agenti penitenziari, le famiglie dei quartieri dove il clan recluta le sue «giovani leve» — ragazzi usati e bruciati da un sistema che li recluta, li arma e li scarica. La faida tra clan trasforma le strade di Catania in campi di battaglia, e chi ci vive in mezzo non ha scelto nulla.