"Questa mattina mi trovavo lungo la via Messina Marine e ho assistito, con rabbia e amarezza, a ciò che le foto raccontano meglio di mille parole: la nostra macchia mediterranea in fiamme." Così un cittadino descrive l'incendio che ha divorato la Costa Sud di Palermo, l'ultimo polmone verde della città, un patrimonio naturalistico che sopravvive nonostante cemento e abbandono.

Non è un incidente. Non è mai un incidente. La Costa Sud di Palermo brucia ogni estate con una regolarità che dovrebbe far gridare allo scandalo. Ma nessuno grida. La macchia mediterranea — quel tappeto di profumi e biodiversità che resiste tra il cemento della città e il mare — è considerata dagli amministratori come un'area da bonificare, non come un polmone da proteggere.

Il meccanismo

Il meccanismo è la mancanza di prevenzione. In una città dove le pinete pubbliche vengono abbandonate e le aree verdi diventano terreno fertile per speculazioni edilizie, il fuoco è il mezzo più rapido per cancellare ciò che ostacola progetti immobiliari. Si brucia la macchia per rendere l'area "edificabile". Si brucia il verde per evitare che qualcuno lo rivendichi come bene comune.

Poi arriva la retorica: "Siamo vicini ai cittadini colpiti", "Valuteremo le responsabilità", "Serve più prevenzione". Parole. Sempre le stesse. Poi la stagione degli incendi finisce, arriva l'inverno, e la Costa Sud resta carbonizzata fino all'estate successiva. Quando il copione si ripete identico.

Le conseguenze per i deboli

I residenti della Costa Sud perdono un pezzo del loro ambiente, della loro salute. Le famiglie che vivono nei quartieri popolari di Palermo — quelli che non possono permettersi una villetta al mare — perdono l'unico polmone verde accessibile. I bambini crescono senza un parco, senza un albero, senza la possibilità di toccare la natura.

Esiste anche un costo sociale: il turismo sostenibile, che sulla Costa Sud avrebbe potuto creare posti di lavoro per i giovani dei quartieri, viene soffocato dal degrado e dagli incendi. La macchia bruciata non attira visitatori. E chi potrebbe vivere di quel turismo resta disoccupato.

La domanda