Nel carcere di Catania Piazza Lanza, detenuti di fazioni rivali si sono scontrati. Le forze dell'ordine hanno sequestrato 15 telefoni cellulari. La procura ha aperto un'inchiesta per rivolta. È accaduto a pochi giorni dalla rivolta nel carcere di Enna, con gravi danni alla struttura.

Non sono episodi isolati. Sono il sintomo di un sistema carcerario che ha perso ogni controllo. I cellulari sono il filo che tiene collegati i detenuti con l'esterno, che permette ai boss di continuare a gestire traffici di droga, estorsioni, omicidi. Nei giorni scorsi, il procuratore di Palermo De Lucia ha dichiarato che le carceri «non sono più sotto il controllo dello Stato, ma delle organizzazioni criminali». Questa rivolta è la prova.

Il meccanismo

Il meccanismo è rodato: dentro le carceri siciliane la mafia continua a fare affari. I cellulari sequestrati a Catania sono l'ultimo episodio di una lunga serie. L'operazione "Abisso" ha già dimostrato come il carcere di Siracusa fosse diventato una base operativa per il narcotraffico internazionale. I detenuti legati a Cosa Nostra e alla Stidda mantengono i contatti con l'esterno, impartiscono ordini, gestiscono gli affari illeciti come se fossero in ufficio. I quindici cellulari trovati a Catania sono solo la punta dell'iceberg. E quando le fazioni rivali si scontrano, la tensione esplode in rivolte, feriti, danni. È la legge del carcere: la legge del più forte, non dello Stato.

Le conseguenze per i deboli

I primi a subire sono gli agenti della polizia penitenziaria, in numero insufficiente e lasciati soli a gestire situazioni di pericolo estremo. Poi i detenuti comuni, che subiscono il dominio della criminalità organizzata dentro le celle. Poi i cittadini, perché ogni cellulare non sequestrato è una linea diretta con le attività criminali fuori dal carcere: droga, estorsioni, pizzo. Il sindacato della polizia penitenziaria lo dice senza mezzi termini: finché le carceri resteranno basi operative delle mafie, la sicurezza dei cittadini sarà una chimera.

La domanda