Il 28 luglio la II Commissione Bilancio dell'Ars voterà la riforma della dirigenza regionale. Il disegno di legge doveva allineare la Sicilia agli standard nazionali. Invece ha spaccato il fronte sindacale e acceso i riflettori su un sistema di privilegi che dura da 26 anni.

Non è una riforma tecnica. È una battaglia sul potere. Da una parte il sindacato autonomo Dirsi che grida alla "blindatura" dei dirigenti attuali, ai "privilegi a vita". Dall'altra Cgil, Cisl, Uil, Sadirs, Ugl che difendono il provvedimento e accusano i detrattori di "mistificazioni mediatiche". In mezzo, la terza fascia dirigenziale: un'anomalia giuridica ed economica che esiste solo in Sicilia.

Il meccanismo

Il cuore della riforma è l'eliminazione della terza fascia dirigenziale, una peculiarità dello Statuto siciliano che crea una categoria di dirigenti con regole diverse dal resto d'Italia. I sindacati confederali chiedono l'applicazione integrale del decreto legislativo 165 del 2001: ruolo unico della dirigenza, incarichi a termine legati al raggiungimento degli obiettivi, paletti rigidi per le assunzioni esterne. Ma gli emendamenti approvati in I Commissione "alterano le modalità di accesso alla prima e alla seconda fascia" — secondo i confederali —, allontanandosi dal modello nazionale. La richiesta è perentoria: applicare le regole dello Stato senza deroghe, favoritismi o soluzioni di comodo.

Le conseguenze per i deboli

Non si tratta solo di una disputa tra burocrati. Dietro la terza fascia c'è un sistema di reclutamento opaco che favorisce le nomine clientelari e penalizza il merito. I concorsi pubblici restano bloccati non dalla riforma, ma dalla sua mancata approvazione: «Se la riforma non sarà approvata, i concorsi saranno comunque banditi sulla base della normativa vigente. Chi oggi ostacola questo provvedimento non blocca i concorsi: blocca il superamento della terza fascia e impedisce il completamento dell'armonizzazione», scrivono i sindacati. A rimetterci sono i giovani siciliani che aspettano un concorso trasparente, e i cittadini che pagano il costo di una burocrazia inefficiente.

La domanda