**Il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia lo ha detto senza giri di parole: «Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato, ma delle organizzazioni criminali». Parole che hanno aperto una crepa nel Palazzo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha reagito dichiarando che De Lucia ha «perso il controllo di sé stesso». Ma la polizia penitenziaria si è schierata con il magistrato. Il sindacato di categoria ha parlato chiaro: «Le carceri siciliane, le peggiori d'Europa per sovraffollamento, rivolte, violenze e aggressioni, sono basi operative per lo spaccio di droga dentro e fuori i penitenziari».
Non è una iperbole. È la fotografia di un sistema che ha smesso di funzionare. Quando il più alto magistrato di Palermo, per la prima volta in assoluto, ammette che lo Stato ha perso il controllo delle proprie carceri, significa che il confine tra legalità e criminalità si è dissolto dentro le mura che dovrebbero rappresentare la massima espressione della giustizia.
Il meccanismo
Il meccanismo è semplice e terribile. Le carceri siciliane sono sovraffollate, il personale penitenziario è ridotto all'osso, i detenuti legati alla criminalità organizzata continuano a comandare dalle celle. L'operazione "Abisso" ha dimostrato il ruolo del carcere di Siracusa nel narcotraffico internazionale: droga che entra e esce, cellulari che permettono ai boss di gestire traffici e omicidi dall'interno. Quindici telefoni sequestrati in una singola rivolta a Catania, feriti e danni a Enna. Il sindacato della polizia penitenziaria denuncia: «Dentro le sbarre continuano a decidere traffici e omicidi, a seminare terrore tra operatori economici e cittadini». Il governo, dal canto suo, non ha fornito risposte adeguate. Il ministro Nordio ha risposto con un attacco personale al procuratore, non con proposte operative.
Le conseguenze per i deboli
A pagare il prezzo sono in primo luogo gli agenti della polizia penitenziaria, costretti a lavorare in condizioni di pericolo costante, con il rischio della vita. Poi i detenuti comuni, che subiscono il dominio della criminalità organizzata dentro le celle. Poi i cittadini, perché un sistema carcerario in mano alla mafia è una fabbrica di reclutamento, non un luogo di riabilitazione. I traffici non si fermano al cancello del carcere: le decisioni che escono da quelle celle si traducono in droga per strada, pizzo per i commercianti, morti ammazzati.