**Lo Stato ha perso il controllo delle carceri.** Lo dice Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo. Non un attivista, non un detenuto. Il capo della procura che da anni combatte Cosa Nostra. "Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere. Non esplodono solo perché i detenuti non vogliono farle esplodere. Il controllo appartiene alle organizzazioni criminali."

Non è la denuncia di un magistrato allarmista. È la fotografia di un sistema che ha ceduto pezzo dopo pezzo. Il sovraffollamento, la mancanza di assistenza, i cellulari che circolano come in un mercato. E la mafia che comanda.

Il meccanismo

Il procuratore parla di "call conference" tra detenuti dentro e fuori. Cellulari introdotti da agenti compiacenti, colloqui registrati, ordini che entrano ed escono come se il muro di cinta non esistesse. A Catania, una rivolta nel carcere di piazza Lanza pochi giorni fa. A Enna, la stessa scena due settimane prima. Nel carcere Malaspina di Palermo, due aggressioni alla polizia penitenziaria in sole ventiquattr'ore. Il ministro Nordio risponde attaccando il procuratore: "Ha perso il controllo di sé stesso". Replica secca che sposta il problema dalla sostanza alla forma. Ma i fatti sono fatti.

Le conseguenze per i deboli

A pagare sono i detenuti comuni, stipati in celle dove il sovraffollamento toglie ogni dignità. I poliziotti penitenziari lasciati soli in reparti dove ogni giorno rischiano la vita. E i malati che nell'Ucciardone aspettano visite igienico-sanitarie che l'Asp dovrebbe garantire due volte l'anno. "Qui è tutto da bonificare", dice Rita Bernardini di Nessuno tocchi Caino. Ma la politica litiga, il governo scarica, e il sistema di potere che ha interesse a lasciare le cose come sono — la mafia — continua a controllare dall'interno.

La domanda