Il carcere di Siracusa è stato per mesi una centrale operativa del narcotraffico internazionale. Trentacinque misure cautelari eseguite, oltre trecento chilogrammi di cocaina sequestrati, otto indagati siciliani — quattro catanesi e quattro palermitani — e una cosca di ’ndrangheta, la famiglia Alvaro di Sinopoli, come perno del sistema.
Trentacinque arresti. Trecento chili di cocaina. E un carcere trasformato in ufficio. Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è: come è possibile che un detenuto continui a gestire affari illeciti da una cella?
**Il meccanismo.**
La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha ricostruito il sistema. I detenuti della casa circondariale di Cavadonna, a Siracusa, avevano a disposizione telefoni criptati. Cellulari introdotti illegalmente in carcere, utilizzati per mantenere i contatti con la rete esterna. Dalle celle partivano indicazioni operative su quantitativi di cocaina da acquistare, prezzi, modalità di consegna. La droga arrivava al porto di Gioia Tauro dal Sud America. L'organizzazione aveva una rete di contatti in grado di individuare e recuperare i container pieni di stupefacente.
Non si trattava di detenuti che ricevevano visite e impartivano ordini in modo grossolano. Il sistema era sofisticato: comunicazioni criptate, frammentazione dei ruoli, una catena di comando che partiva dalla cella e arrivava fino ai porti calabri. Otto dei trentacinque indagati sono siciliani. A riprova che la ’ndrangheta e Cosa Nostra non hanno confini.
**Le conseguenze per i deboli.**
La cocaina destinata al mercato siciliano ha un prezzo. Lo pagano i consumatori nelle periferie, i ragazzi delle zone degradate di Catania e Palermo, le famiglie che vedono i figli trascinati nel giro dello spaccio. Ma lo pagano anche le madri che aspettano davanti al carcere ore intere per un colloquio, i detenuti che subiscono il controllo delle cosche anche dentro, gli agenti penitenziari esposti a corruzione e minacce. Ma c’è un altro prezzo, più sottile e forse più grave: la credibilità dello Stato. Se il carcere non isola i criminali, se un detenuto può trasformare la sua cella in un ufficio, allora il sistema penitenziario diventa una finzione. E chi ci perde, ancora una volta, è la fiducia dei cittadini.
**La domanda.**
Se il carcere di Cavadonna è stato una centrale operativa del narcotraffico, quanti altri istituti penitenziari siciliani sono infiltrati? E chi ha permesso l’introduzione dei telefoni criptati?