13mila ettari di bosco andati in fumo. L'equivalente di 8.400 campi da calcio. Da gennaio al 15 giugno 2026 gli incendi boschivi in Italia sono aumentati del 36,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. I dati sono del rapporto di Legambiente.
«Non è un caso che la stagione degli incendi si allunghi sempre di più. La crisi climatica accende i boschi in primavera e in inverno, quando un tempo il fuoco non osava arrivare. Ma l'Italia continua a rispondere solo con le emergenze, mai con la prevenzione.»
Il meccanismo del profitto e dell'incuria
Ogni incendio ha una sua storia. A volte è il piromane di turno, a volte l'incauto che brucia stoppie, a volte — più spesso di quanto si ammetta — la speculazione edilizia o il cambio di destinazione d'uso dei terreni. In Sicilia l'80% degli incendi è di origine dolosa. Il fuoco pulisce il bosco per far spazio a costruzioni o pascoli. È un meccanismo antico, noto a tutti. A cui nessuno mette fine.
La prevenzione è affidata a poche decine di operai forestali, sottopagati e sotto-occupati. I fondi per la manutenzione dei boschi arrivano a singhiozzo. I viali tagliafuoco sono coperti di vegetazione. I sistemi di controllo a distanza funzionano quando funzionano. E la campagna antincendio parte ogni anno con mesi di ritardo. Le fiamme intanto avanzano.
Il conto per il territorio
Ogni ettaro di bosco bruciato è un polmone che si spegne. È suolo che frana la prima volta che piove. È biodiversità che scompare. Sono aziende agricole — come quelle di Zafferana Etnea, devastate nei giorni scorsi — che perdono anni di lavoro in pochi minuti. Sono i produttori di miele, olio, mandorle che vedono i loro raccolti ridursi in cenere.
E chi abita nei paesi dell'entroterra? Nelle giornate di fuoco respira aria tossica, aspetta i vigili del fuoco, prega che il vento cambi. La prevenzione costa. Ma costa meno dell'emergenza: ogni euro speso in prevenzione ne risparmia dieci in spegnimento. Il calcolo è semplice. Ma nessuno lo fa.