330 lavoratori diretti. Altri 40 con contratto in somministrazione. Totale: 370 famiglie che rischiano di perdere il posto. Pfizer, uno dei principali siti industriali del territorio di Catania, ha avviato la procedura che mette a rischio l'intero stabilimento.

«Il Consiglio comunale si è schierato all'unanimità. Un voto trasversale, raro. Che dimostra quanto la vicenda sia grave. Ma l'unità politica cittadina non basta: servono iniziative concrete a livello regionale e nazionale.»

Il sistema che scarica

La procedura avviata dall'azienda non è un fulmine a ciel sereno. È l'ultimo atto di una progressiva dismissione della presenza industriale in Sicilia. Quando un colosso come Pfizer decide di tagliare, lo fa seguendo una logica di profitto: il sito di Catania costa più di quanto rende. I lavoratori diventano numeri in una colonna di spreadsheed.

I sindacati — Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil, Ugl Chimici — hanno ottenuto il sostegno unanime del Consiglio comunale. Un risultato raro, che unisce maggioranza e opposizione. Ma l'unanimità politica cittadina non basta. E hanno già calendarizzato le mobilitazioni: domani presidio ai cancelli, il 22 luglio sciopero in concomitanza con l'incontro al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ma la partita vera si gioca a Roma, dove il ministro Urso incontrerà l'azienda. E il governo regionale è ancora in attesa di una presa di posizione pubblica.

Le conseguenze per la città

370 posti di lavoro non sono solo numeri. Sono stipendi che girano nell'economia cittadina, mutui da pagare, figli da mantenere, famiglie che progettano il futuro. In un territorio dove l'industria farmaceutica rappresenta uno dei pochi presidi di lavoro qualificato, ogni posto perso è una ferita che difficilmente si rimargina. In una provincia come Catania, dove la disoccupazione giovanile supera il 35%, perdere 370 posti nell'indotto farmaceutico significa allargare la ferita di un tessuto economico già provato.

I segretari territoriali sono chiari: «La vertenza Pfizer non può essere affrontata soltanto dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali. Necessita del massimo impegno di tutte le istituzioni». La politica cittadina ha fatto la sua parte. Ma la Regione e il governo? Per ora, silenzio.