Dal 18 luglio i vigili del fuoco in Sicilia hanno effettuato 1.400 interventi per incendi. Un vigile è morto, Alessandro Marchì, 59 anni, colto da malore mentre spegneva un rogo nel nisseno. Decine di blackout hanno paralizzato interi comuni. L'assessore Savarino annuncia un piano investimenti: 84 nuovi mezzi, 90 autobotti, nuovi contratti.
I numeri non mentono: 1.400 interventi in sei giorni. Non è un'emergenza stagionale, è il collaudo di un sistema di prevenzione assente. Ogni estate la Sicilia brucia, ogni estate si contano i danni, ogni estate arrivano le promesse di investimenti. E l'anno dopo si ricomincia da capo, con la terra bruciata e qualche vigile del fuoco in meno.
Il meccanismo
La Regione ha speso anni a tagliare i fondi per la manutenzione del territorio, riducendo le squadre forestali e ignorando gli appelli degli enti locali. I boschi sono abbandonati, le strade parcoframe non vengono pulite, il sistema di avvistamento incendi è arretrato. Poi arriva il caldo record — temperature che sfiorano i 45 gradi — e il disastro è servito. I vigili del fuoco, già in organico ridotto, vengono schierati su tutti i fronti. Il Corpo forestale riceve nuove unità solo dopo che la stagione degli incendi è esplosa. La sala unificata di coordinamento parte in emergenza. Il capo della Protezione civile, Cocina, parla di «miglioramento generale del quadro emergenziale». Ma miglioramento rispetto a cosa? A un territorio già in ginocchio?
Le conseguenze per i deboli
Chi paga il conto sono i cittadini delle aree interne: Godrano minacciato dalle fiamme, Bivona evacuata, Santo Stefano di Quisquina e Cammarata sotto assedio. I blackout colpiscono i quartieri periferici, dove la rete elettrica è già fragile. L'agricoltura perde ettari di terreno produttivo. E il bilancio più pesante è umano: Alessandro Marchì, 59 anni, è morto mentre cercava di salvare la terra degli altri. Un vigile del fuoco ogni estate. Come un tributo che la Sicilia paga alla sua incapacità di governare il territorio.