Ventitré telefoni cellulari, un drone e la possibilità di fare due viaggi. Era il piano del detenuto Sebastiano Piripicchio Miano, considerato una delle figure in ascesa del clan Cappello di Catania, per rifornire di smartphone il carcere di Agrigento. Il segnale per il pilota: un accendino acceso alla finestra della cella.
Non è una storia di tecnologia. È la fotografia di un sistema carcerario che la mafia ha imparato a perforare. I droni volano sopra le sbarre, i cellulari entrano come fossero pane, e i detenuti continuano a comandare gli affari dal dentro. Il problema non è il drone. È che lo Stato non ha ancora capito come fermarlo.
Il meccanismo
Miano, arrestato nel 2022 dopo una sparatoria fuori dalla discoteca Ecs Dogana, non ha mai smesso di gestire il traffico di droga e di cellulari. Le sue lettere uscivano dal carcere. Al telefono con il complice Biagio Querulo spiegava di aver già comprato 23 telefoni. Il problema, però, era trovare piloti di droni affidabili. «Gli devi dire "vedi che ti scanniamo" – diceva Miano al telefono – gli devi dire "ti diamo botte"». Il pilota, alla fine, sarebbe stato pagato tra 1.000 e 1.500 euro a viaggio. Ma quando tutto era pronto, il fotografo catanese Filippo Boccaccini finisce in manette durante un sopralluogo nel carcere di Enna. Il piano salta.
Le conseguenze per i deboli
Da un lato c'è la mafia che trasforma il carcere in un ufficio. Dall'altro ci sono i detenuti comuni, che subiscono il controllo dei clan dentro le mura. E ci sono i cittadini, che vedono moltiplicarsi le armi e la droga in circolazione nonostante la galera. Il sistema di controllo carcerario — già in ginocchio per sovraffollamento e carenza di personale — viene umiliato da un drone da 1.000 euro. E mentre i boss pianificano i prossimi viaggi, lo Stato conta gli errori.