La polizia municipale è arrivata con catena e lucchetto per chiudere i cancelli della Villa della Legalità. Il bene confiscato al boss mafioso Lo Cascio, affidato al giornalista Pino Maniaci, è tornato nella disponibilità del Comune di Borgetto. In attesa che il giudice decida chi ha ragione.
Questa è la notizia: un bene confiscato alla mafia — simbolo della lotta alla criminalità organizzata — viene chiuso con un lucchetto e restituito al Comune che ne ha chiesto la revoca. Il paradosso è tutto qui: lo Stato sequestra alla mafia e poi il Comune lo sottrae alla legalità.
Il meccanismo
La vicenda ha radici lontane. I rapporti tra Maniaci e l'amministrazione comunale di Borgetto sono sempre stati tesi. Alcuni amministratori avevano denunciato il giornalista per diffamazione a mezzo stampa. Poi il Comune gli affidò la villa confiscata al boss Lo Cascio con una procedura ibrida. La pace sembrava fatta.
Ma nel frattempo sono emerse criticità gestionali, fiscali e legali. L'avvocato Daniele Viola ha condotto un'inchiesta che ha portato alla luce "violazioni che non potevano più essere ignorate". Da qui la richiesta di revoca. La figlia di Maniaci, che presiede l'associazione nata per la gestione dei beni confiscati, è finita al centro della bufera insieme ad altre tre associazioni. Il Comune ha incassato le chiavi. Ora la parola passa ai giudici.
Le conseguenze per i deboli
Per le comunità di Borgetto e del Palermitano, la Villa della Legalità era un presidio: un luogo dove si insegnava ai ragazzi che la mafia si combatte anche riqualificando ciò che ha sporcato. Con il lucchetto ai cancelli, quel messaggio si spegne. I ragazzi del paese perdono un punto di riferimento. Chi perde? I giovani, le scuole, le famiglie che vedevano in quel bene confiscato una vittoria quotidiana sulla criminalità organizzata, una sconfitta visibile del sistema mafioso.
E mentre il Comune e il giornalista si contendono la villa in tribunale, la mafia — quella vera — osserva e probabilmente sorride.