**I dipendenti del bar del Palazzo della Regione siciliana sono stati licenziati. La ditta che ha vinto il nuovo appalto per la gestione del servizio non ha riassunto il personale della precedente gestione. La Cgil ha chiesto l'intervento del presidente Renato Schifani.** Una vertenza che si consuma dentro le mura del potere regionale, nei corridoi dove si decidono le sorti della Sicilia, dove i dipendenti che servono caffè e cornetti ai burocrati e ai politici vengono scaricati come un costo inutile.

Non è un semplice cambio di appalto. È la fotografia di un sistema dove il lavoro precario è la regola, anche dentro il Palazzo che dovrebbe dare l'esempio. La ditta subentrata ha vinto la gara offrendo un prezzo più basso, e per mantenere quel prezzo ha tagliato l'unica voce di costo che poteva: il personale. I lavoratori, con anni di anzianità alle spalle, si ritrovano per strada mentre il nuovo gestore assume altri, probabilmente con contratti ancora più precari.

Il meccanismo

Il meccanismo è sempre lo stesso: negli appalti pubblici vince chi offre il prezzo più basso, non chi garantisce la qualità del servizio o la tutela dei lavoratori. I bandi non prevedono clausole sociali obbligatorie che impongano il riassorbimento del personale uscente. Così, a ogni cambio di appalto, i lavoratori perdono il posto. Il bar del Palazzo della Regione, dove si riuniscono assessori e dirigenti, diventa il simbolo di un sistema che tratta le persone come numeri: cambia il gestore, cambiano i dipendenti.

La Cgil ha chiesto l'intervento di Schifani. Ma il presidente della Regione, che dalla sala operativa della protezione civile si dondola sulla sedia lodando l'efficienza dei soccorsi, può davvero intervenire in una vicenda che riguarda il suo stesso Palazzo?

Le conseguenze per i deboli

I lavoratori licenziati sono persone con famiglie, mutui, affitti. Hanno servito caffè e sorrisi per anni nei corridoi del potere regionale. Ora il potere li ignora. La Cgil ha denunciato che la ditta subentrata non ha riassunto il personale, come invece sarebbe prassi in molti appalti pubblici virtuosi. Ma la Regione, che è il committente, non ha inserito nei bandi le clausole sociali che avrebbero protetto i posti di lavoro. La dimensione di classe è evidente: chi serve il caffè perde il lavoro, chi lo beve decide le regole.

La domanda