I sindacati di polizia penitenziaria non usano mezzi termini: "Le carceri siciliane, le peggiori d'Europa per sovraffollamento, rivolte, violenze e aggressioni, sono basi operative per lo spaccio di droga dentro e fuori i penitenziari". L'allarme arriva dopo l'ultima inchiesta della DDA di Reggio Calabria: 35 arresti, un traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica gestito da una cella del carcere di Siracusa.
Questa non è la notizia di un singolo episodio di malaffare. È la fotografia di un sistema carcerario consegnato alle mafie. Perché se due detenuti possono trattare con i narcos sudamericani usando criptofonini introdotti illegalmente in cella, e un familiare fa da cerniera fuori, significa che il controllo delle carceri non è più dello Stato. È delle organizzazioni criminali.
Il meccanismo
L'inchiesta della DDA ha ricostruito una struttura di comando perfettamente organizzata: due detenuti nello stesso penitenziario siracusano, riconducibili alla cosca di Sinopoli, trattavano direttamente con fornitori sudamericani e olandesi. Fuori, un familiare più giovane faceva da cerniera tra i vertici reclusi e la rete di clienti, gestiva la cassa comune e i rapporti con chi movimentava i carichi nei porti di Salerno e Genova. Un secondo livello di comando supervisionava la custodia della droga, la gestione di armi e telefoni criptati, e la pianificazione di eventuali ritorsioni.
A Gioia Tauro, storica porta d'accesso europea della cocaina, il gruppo contava su operatori portuali infedeli, pagati con una percentuale sul valore del carico. Tra i 35 arrestati figurano otto siciliani: quattro catanesi e quattro palermitani, a conferma di una rete di corrieri che si estende ben oltre la Calabria.
I numeri dei sindacati sono impressionanti: nei 23 istituti siciliani il ritrovamento di stupefacenti è aumentato del 400%, quello dei telefonini del 600%. Sequestri che si contano in chili al mese. E le collaborazioni con la giustizia sono calate del 5% nell'ultimo anno. Il ministro Nordio annuncia misure alternative per i tossicodipendenti, ma non vengono mai attivate.
Le conseguenze per i deboli
Il conto lo pagano i detenuti comuni, che vivono in carceri sovraffollate e violente dove lo Stato ha ceduto il controllo. Lo pagano gli agenti penitenziari, lasciati soli con organici insufficienti nonostante le recenti assunzioni. E lo pagano i cittadini siciliani, che vedono la droga circolare dentro e fuori dai penitenziari senza che nessuno riprenda il controllo.