Lo stabilimento Pfizer di Catania conta 600 dipendenti. La multinazionale ne vuole tagliare 330. Due linee di produzione chiuse. Il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è chiuso con un rinvio al 24 settembre.

Non è un caso. Non è mai un caso quando una multinazionale farmaceutica annuncia esuberi in una terra dove il lavoro già manca. Pfizer fattura miliardi. Lo stabilimento etneo è un presidio strategico, dicono tutti. Eppure i 330 lavoratori altamente specializzati aspettano di sapere se avranno un futuro. Il ministro Urso parla di «rilancio». L’assessore Tamajo giura impegno. Ma l’azienda offre solo trasferimenti ad Ascoli Piceno o incentivi all’esodo. Non un investimento. Non un piano industriale. Solo la porta di uscita.

**Il meccanismo.**
La multinazionale siede al tavolo con il ministro Urso, il sindaco Trantino, il presidente Schifani in videocollegamento. Annuncia la dismissione di due linee produttive. Poi si prende tempo. «Dobbiamo consultare la casa madre». È la stessa tattica usata in ogni vertenza: si allungano i tempi, si sfiancano i sindacati, si aspetta che la mobilitazione si raffreddi. Intanto i lavoratori di Catania manifestano in piazza. A Roma e a Catania in contemporanea. I sindacati chiedono il ritiro immediato. Ma il 24 settembre è un miraggio. «Dobbiamo consultare la casa madre», dicono. Il 24 settembre è lontano. Intanto i lavoratori manifestano a Roma e a Catania in contemporanea. I sindacati chiedono il ritiro immediato della procedura. Il tempo lavora per l’azienda, non per i 330 dipendenti. Perché mentre si aspetta, si smantella.

**Le conseguenze per i deboli.**
Trecentotrenta famiglie. L’indotto locale. Un territorio che vede chiudere i presidi industriali uno dopo l’altro. Ogni posto di lavoro perso nello stabilimento significa almeno tre nell’indotto: manutenzione, logistica, servizi. Il presidente dell’Ars Galvagno parla di «grave impoverimento per l’economia e la ricerca dell’isola». Il presidente dell’Ars Galvagno parla di «grave impoverimento per l’economia e la ricerca dell’isola». Ma le parole non pagano i mutui. I lavoratori di Catania hanno competenze uniche nel settore farmaceutico. Se perdono il posto, dove vanno? La Sicilia non offre alternative. La multinazionale lo sa. Per questo aspetta.

**La domanda.**
Tra il 24 settembre e oggi, quanti dei 330 lavoratori troveranno già un’altra strada, arrendendosi prima ancora che la trattativa cominci?