**Il 21 luglio 1979, Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, viene ucciso con un colpo di pistola da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina.** Quarantasette anni dopo, il 21 luglio 2026, la sua commemorazione passa in silenzio. Due giorni prima, per Paolo Borsellino, si erano mobilitate la presidente del Consiglio, lo stato maggiore di Fratelli d'Italia, le forze dell'ordine, i partiti d'opposizione. Per Giuliano, in pochi.
L'antimafia non è uguale per tutti. Esiste una gerarchia del ricordo: Falcone e Borsellino sono i santi laici della Repubblica, le loro commemorazioni sono appuntamenti obbligati per la politica. Poi ci sono gli altri. Quelli di serie B. Che la retorica antimafia iscrive tra i caduti dimenticati.
Il meccanismo
Boris Giuliano non era un magistrato. Era un poliziotto. Aveva capito prima di molti come funzionava il traffico di eroina tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Aveva pedinato i corleonesi, sequestrato le agende con i nomi dei trafficanti, costruito un dossier che poteva fare saltare il tavolo. Per questo lo hanno ucciso.
La sua figura non si presta alla retorica delle cerimonie ufficiali. Non ci sono foto di regime con i familiari sul palco, non ci sono dichiarazioni di circostanza che funzionano come passerella politica. Giuliano è scomodo anche da morto: la sua agenda — quella con i nomi dei collegamenti tra Cosa Nostra e la finanza internazionale — non è mai stata ritrovata. Come l'agenda rossa di Borsellino. Due agende scomparse, due poliziotti uccisi, due pezzi di verità che lo Stato non ha saputo — o voluto — proteggere. Giuliano racconta di un'Italia che lasciava soli i suoi migliori investigatori mentre costruiva la cattedrale dell'antimafia celebrativa.
Le conseguenze per i deboli
La selezione della memoria non è un dettaglio. Se l'antimafia diventa un rito calendarizzato — 23 maggio Falcone, 19 luglio Borsellino — rischia di perdere la sua funzione originaria: capire come funziona il sistema mafioso per smantellarlo. La lotta alla mafia non è una liturgia. È un lavoro quotidiano di appostamenti, pedinamenti, carte bollate e testimoni che rischiano la vita. Un lavoro che passa anche per la memoria di chi — come Giuliano — ha costruito le fondamenta delle inchieste antimafia senza mai apparire in televisione.