Lo stabilimento Pfizer di Catania impiega 600 lavoratori altamente qualificati. L'azienda annuncia un taglio di 300 posti. Il presidente dell'Ars Galvagno chiede a tutti i partiti di fare la propria parte. Domani il tavolo al ministero.

300 tagli su 600 addetti. La meta di uno stabilimento che produce farmaci per il mercato globale. "Professionalità altamente qualificate che hanno contribuito a fare del polo di Catania un'eccellenza del comparto farmaceutico nazionale", dice Galvagno. Un'eccellenza che la multinazionale considera sacrificabile.

Il meccanismo

Pfizer è una multinazionale. I suoi bilanci sono in salute da anni. I profitti generati dai vaccini anti-Covid sono stati miliardari. Ma le multinazionali non ragionano in termini di territori o di persone: ragionano in termini di azionisti e di costi. Lo stabilimento di Catania — un polo di eccellenza, con ingegneri e ricercatori — diventa un costo da tagliare. Il meccanismo è quello della delocalizzazione silenziosa: non si sposta la fabbrica, si riduce il personale. I macchinari restano, la produzione continua, ma con meta lavoratori. I profitti restano uguali o aumentano. Il costo lo pagano i dipendenti.

Il presidente dell'Ars ha sensibilizzato le forze politiche. Il tavolo al Mimit è convocato. Ma la Regione ha 5 miliardi di avanzo di bilancio e non ha ancora presentato un piano industriale per il polo farmaceutico. I partiti parlano, i sindacati protestano, i lavoratori aspettano. E la multinazionale aspetta anche lei: sa che il tempo gioca a suo favore.

Le conseguenze per i deboli

Trecento famiglie di Catania — una città con uno dei tassi di disoccupazione più alti d'Italia — rischiano di perdere il lavoro. L'indotto, fatto di piccole imprese che forniscono servizi allo stabilimento, subirà un contraccolpo ancora più duro. Chi ci guadagna? Pfizer, che riduce i costi del personale e mantiene i margini. Chi ci perde? L'intero territorio: i lavoratori licenziati, l'indotto devastato, la Sicilia che perde un pezzo del suo patrimonio industriale e di ricerca.

La domanda