BORIS GIULIANO aveva 49 anni quando Cosa Nostra lo uccise in via Francesco Paolo Di Blasi, a Palermo. Era il 21 luglio 1979. Era il capo della Squadra Mobile. Sapeva che sarebbe morto. Qualche settimana prima, al centralino della Questura, qualcuno aveva pronunciato la frase: “Giuliano morirà”. Nessuno fece abbastanza per proteggerlo. Oggi, 47 anni dopo, lo hanno commemorato con una corona d’alloro e una messa.
Non è la commemorazione che interessa. È quello che la figlia Selima ha detto, e che nessun politico ha mai osato dire: “Eri stato lasciato solo, come tutti i morti uccisi dalla mafia prima di te e dopo di te”.
**Il meccanismo.**
La frase “Giuliano morirà” era già stata pronunciata al centralino della Questura. Era una sentenza. E lui lo sapeva. Avrebbe potuto chiedere il trasferimento, andarsene, salvarsi. Non lo fece. Scelse di restare, di continuare a fare il suo lavoro. Lo Stato lo lasciò solo. Come ha lasciato soli Dalla Chiesa, Mattarella, Borsellino, Falcone. Il meccanismo è sempre lo stesso: si celebrano i morti e si abbandonano i vivi. Funerali di Stato, corone, messe, articoli sui giornali. Poi si torna a casa e il sistema riparte immutato, come se nulla fosse accaduto.
Il questore di Palermo ha deposto una corona. Il sindaco Lagalla ha parlato di “servitore dello Stato che ha pagato con la vita”. L’assessore regionale Scarpinato era presente. Belle parole. Peccato che la figlia, 47 anni dopo, dica ancora: “Chissà quante volte ti sarai sentito abbandonato da chi ti doveva supportare e proteggere”.
**Le conseguenze per i deboli.**
Le conseguenze non sono solo per Boris Giuliano, morto ammazzato. Sono per tutti i poliziotti onesti, i magistrati, i giornalisti, i cittadini che ancora oggi credono che denunciare la mafia serva a qualcosa. Ogni agente che indaga sulla criminalità organizzata sa di rischiare ogni giorno, ma dovrebbe anche sapere di avere lo Stato alle spalle quando cade. Perché quando lo Stato abbandona chi lo serve, il messaggio è chiaro: arrangiati. E la mafia vince anche senza sparare.
**La domanda.**
Se anche oggi, nel 2026, la figlia di un eroe dello Stato deve ricordare pubblicamente che suo padre fu abbandonato da chi doveva proteggerlo, cosa è cambiato davvero nella lotta alla mafia in 47 anni?