Un operaio di 50 anni, stamattina, in via Benedetto Valenza a Trapani. Stava lavorando alla riqualificazione urbana del quartiere Cappuccinelli quando una scarica elettrica lo ha colpito a una mano. I soccorsi sono arrivati subito. L'uomo è in ospedale, non è in pericolo di vita. Ma poteva andare molto peggio.
Non è solo un incidente. È l'ennesimo segnale che la sicurezza sul lavoro in Sicilia è trattata come un costo, non come un diritto. I sindacati — Cisl, Uil, Filca — sono stati chiari: «Ogni infortunio rappresenta una sconfitta per l'intero sistema». E hanno puntato il dito su un altro killer silenzioso: il caldo.
Il meccanismo
Il meccanismo è perverso e ben oliato. I cantieri vanno avanti anche quando il termometro supera i 40 gradi, perché fermarsi significa perdere soldi e perdere soldi significa perdere l'appalto. Le ordinanze regionali sullo stress termico esistono, sono state firmate, sono legge. Ma vengono sistematicamente ignorate da chi preferisce il guadagno immediato alla vita degli operai. I capitolati d'appalto premiano il prezzo più basso, non la sicurezza: vince chi costa meno, non chi protegge di più. Le aziende tagliano sui dispositivi di protezione individuale, sui turni di riposo, sulle pause nei momenti più caldi della giornata. Ogni minuto di lavoro è un minuto di guadagno. Ma ogni minuto senza sicurezza è un minuto di rischio mortale. La Uil ha lanciato la campagna #ZeroMortiSulLavoro, ma mentre la politica discute, gli operai continuano a cadere dai ponteggi e a morire di caldo.
Le conseguenze per i deboli
L'operaio di Trapani — 50 anni, edile, con una famiglia — tornerà a casa, per fortuna. Ma quanti non torneranno? Le statistiche dicono che in Sicilia le morti bianche sono un'emergenza silenziosa: ogni anno decine di lavoratori muoiono sui luoghi di lavoro. Quando il caldo supera i 40 gradi, i riflessi calano, la lucidità si offusca, il rischio di infortunio si moltiplica. I sindacati chiedono l'attivazione della cassa integrazione per le ore più calde, come previsto dalle linee guida. Ma molte aziende non la attivano, e i lavoratori — precari, in nero, senza contratto né tutele — non possono permettersi di fermarsi. Lavorare sotto il sole cocente con 42 gradi non è una scelta. È una condanna per chi non ha alternative.