Solo il 27,2% delle imprese siciliane paga le fatture alla scadenza. L'8,5% accumula ritardi oltre i 90 giorni, uno dei valori più alti d'Italia. Nella classifica nazionale della puntualità, Sicilia e Calabria sono in fondo. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto guidano con oltre il 51%. Il divario non è un numero: è la fotografia di due Italie che non si parlano.

Non è solo un dato economico. È la cartina al tornasole di un sistema dove il denaro pubblico e privato si muove a velocità diverse a seconda del codice postale. Al Nord le fatture girano in 30 giorni. Al Sud si allungano come gomma da masticare. E ogni giorno di ritardo è un giorno di sofferenza per chi il lavoro lo fa davvero.

Il meccanismo

Il secondo trimestre 2026 segna un peggioramento: la puntualità nazionale scende al 42%. I pagamenti entro 90 giorni salgono al 53,6%, i ritardi gravi al 4,4%. Ma il dato siciliano è quasi il doppio della media nazionale per i ritardi gravi (8,5% contro 4,4%). Le province più in difficoltà sono Agrigento, Caltanissetta, Messina, Palermo e Siracusa. Lo studio Cribis dice che le microimprese sono le più puntuali (42,7%) ma anche le più fragili (ritardi gravi al 5%). Le grandi aziende pagano tardi ma non malissimo. Il sistema produttivo siciliano è un ingranaggio che gira al rallentatore, strozzato dalla burocrazia, dai ritardi della pubblica amministrazione e da un accesso al credito sempre più difficile.

Le conseguenze per i deboli

Il 27,2% significa che sette imprese su dieci in Sicilia non riescono a pagare i fornitori in tempo. A cascata: il fornitore non paga il suo fornitore, che non paga il dipendente. Il lavoratore aspetta lo stipendio, il mutuo scade, le bollette si accumulano. I settori più colpiti sono i più poveri: ristoranti e bar (ritardi gravi al 7,6%), costruzioni (6,1%), grande distribuzione e servizi alla persona (5,7%). I settori dove lavorano gli ultimi, i precari, i sottopagati. Il lavoro nero cresce all'ombra dei ritardi di pagamento. Chi ci perde è sempre il solito: chi sta in fondo alla catena.

La domanda