VIA D’AMELIO, 34 ANNI DOPO. Colosimo rivendica la pista “mafia e appalti” mentre il fratello di Borsellino denuncia l’uso politico della memoria.

Non è una commemorazione. È lo scontro sul cadavere ancora caldo della verità. Salvatore Borsellino ha lanciato il suo anatema: «Alla presidente del Consiglio devo dire di smetterla di dire di ispirarsi alla figura di Paolo Borsellino». Ma nel giorno del 34° anniversario della strage di via D’Amelio, Fratelli d’Italia ha organizzato una maratona “Parliamo di mafia” a Palermo. E Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, è stata celebrata per aver dato slancio alla pista “mafia e appalti”.

**Il meccanismo.**
Il meccanismo è la lotta per l’eredità morale della lotta alla mafia. Da un lato il fratello di Paolo Borsellino, che denuncia i magistrati che «hanno costruito teoremi sulla strage» e un governo che usa la memoria del giudice senza condividerne i valori. Dall’altro la maggioranza che rivendica la pista “mafia e appalti” come un’inchiesta finalmente libera da condizionamenti. Nel mezzo, la verità: l’agenda rossa mai ritrovata, i depistaggi, le sentenze che non convincono. E una domanda che resta senza risposta da 34 anni.
Il meccanismo dello scontro è vecchio come la Repubblica: usare il cadavere di un eroe per fare campagna elettorale. Da un lato Salvatore Borsellino, fedele custode della memoria del fratello, che grida al tradimento: «Meloni dice di ispirarsi a Paolo ma fa il contrario». Dall’altro il partito di maggioranza, che organizza una maratona antimafia nel giorno dell’anniversario e celebra Colosimo come eroina dell’inchiesta su mafia e appalti. La verità su via D’Amelio resta sepolta, insieme all’agenda rossa che non è mai stata ritrovata.
**Le conseguenze per i deboli.**
Le conseguenze sono un’antimafia divisa, ridotta a bandiera da sventolare nei comizi. Mentre la politica si litiga l’eredità di Borsellino, Cosa Nostra non sta ferma: le pistole sparano a Palermo, i commercianti pagano il pizzo, i giovani delle periferie tornano a imbracciare i kalashnikov. La vera antimafia non cerca posti in lista, ma verità. E i primi a perderci sono i siciliani onesti, che restano senza giustizia e senza rappresentanza.
Mentre la politica si contende l’eredità di Borsellino, le strade di Palermo tornano a risuonare di colpi di arma da fuoco. I clan riorganizzano il pizzo, i commercianti tornano a pagare, i giovani delle periferie tornano a imbracciare i fucili. L’antimofia istituzionale è impegnata in ben altre battaglie: poltrone, candidature, visibilità mediatica. Intanto Cosa Nostra, quella vera, riprende fiato.
**La domanda.**
Chi ha paura della verità sulle stragi? E, soprattutto, chi ci sta guadagnando? Chi, in tutto questo, sta ancora cercando la verità?