"A TRENTAQUATTRO ANNI dalla strage di via D'Amelio — dice Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana — la Sicilia rende omaggio a Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta, esempio straordinario di dedizione allo Stato e alla giustizia". Parole istituzionali. Misurate. Dovute. Ma mentre Schifani parla di "coraggio che indica la strada della legalità", a poche centinaia di metri le Agende Rosse di Salvatore Borsellino tengono una commemorazione separata. La destra fa la sua. La sinistra fa la sua. Trentaquattro anni dopo, la memoria è divisa.
Il presidente della Commissione regionale Antimafia Antonello Cracolici, stesso campo politico di Schifani, dice a chiare lettere che "non c'è una verità condivisa nel Paese". E attacca la Commissione nazionale Antimafia che "ha preso una strada ridicola". Contemporaneamente, Ignazio La Russa polemizza con Salvatore Borsellino. E Giuseppe Conte accusa la destra di fare sciacallaggio sul caso Roggero. In un giorno che dovrebbe unire l'Italia, la politica balla sulle macerie della verità.
**Il meccanismo.**
Il meccanismo è la spartizione della memoria. Ogni schieramento politico rivendica un pezzo di Borsellino: il centrodestra lo celebra come uomo dello Stato, il centrosinistra come martire della lotta alla mafia, i movimenti come testimone scomodo. Nessuno rinuncia alla propria narrazione. Il risultato è che la verità storica — quella che Cracolici giustamente invoca — resta imprigionata nelle logiche di schieramento. Le istituzioni parlano di legalità. La politica litiga. I cittadini guardano.
Questa divisione non è innocente. Serve a mantenere ciascuno la propria porzione di consenso elettorale. Commemorare Borsellino "dalla propria parte" rende più forti — o almeno così si crede. Ma divide il significato profondo del suo sacrificio. E impedisce che quella verità "condivisa" che Cracolici invoca possa mai emergere.
**Le conseguenze per i deboli.**
La verità negata divide il Paese. Ma a dividerlo sono anche le scelte di chi governa. Mentre Schifani invoca la legalità, la Sicilia continua a bruciare — letteralmente — sotto i colpi di incendi, mafia e crisi economica. I giovani emigrano, i lavoratori aspettano stipendi da 15 mesi (come all'Oda di Catania), gli operai cadono dai tetti (come Alessio De Rossi a Priolo). La legalità non è una parola: è un programma di governo che la politica non mantiene.
**La domanda.**
Mentre la politica si divide nel commemorare Borsellino, chi risponde ai vivi? Chi dà una risposta a chi aspetta ancora giustizia — sociale, economica, ambientale — in una Sicilia che continua a morire?