SI SENTE MALE in strada, probabilmente per l'eccessiva assunzione di alcol. Viene trovato privo di sensi in un'aiuola di via Delle Finanze, a Catania, e trasportato d'urgenza al pronto soccorso. Il personale sanitario lo prende in carico, lo sottopone agli esami di routine. All'improvviso, il venticinquenne si alza dal letto e inizia a colpire. Medici, infermieri, agenti di vigilanza: chiunque gli capiti a tiro. Un poliziotto viene colpito con una testata e con pugni al torace. Prognosi: dieci giorni.
Non è un caso isolato. Le aggressioni al personale sanitario in Sicilia sono una piaga sistemica. Ogni settimana, in qualche ospedale dell'Isola, un medico o un infermiere viene insultato, minacciato, picchiato. Il Pronto Soccorso di Catania è solo l'ultimo teatro di una guerra che non ha tregua: contro i sanitari, contro il sistema sanitario, contro chi prova a curare.
**Il meccanismo.**
Il meccanismo è duplice. Da un lato c'è la degenerazione della società: alcol, disagio, violenza come prima risposta. Il 25enne, arrestato e portato in Questura, è stato giudicato con rito direttissimo. Ma la violenza non nasce dal nulla: nasce da un tessuto sociale che si sfalda, da servizi psichiatrici territoriali inesistenti, da una sanità che è sempre più un fortino da difendere e non un diritto da garantire.
Dall'altro lato c'è la condizione di chi lavora in ospedale. Medici e infermieri del pronto soccorso lavorano in turni massacranti, con organici ridotti all'osso, senza sicurezza. La vigilanza è affidata a pochi agenti. Le aggressioni sono all'ordine del giorno. E dopo ogni episodio arriva la condanna — verbale — della politica. Poi tutto torna come prima.
**Le conseguenze per i deboli.**
L'agente aggredito ha dieci giorni di prognosi. Ma la prognosi per il sistema è molto più lunga. I medici si demotivano, scappano al Nord o all'estero. Gli infermieri scelgono il privato. Chi resta lavora nella paura. Intanto i pazienti — i fragili, gli anziani, i poveri — aspettano ore in barella in corridoi presidiati da forze dell'ordine. Un pronto soccorso non è un carcere. Ma somiglia sempre più a un campo di battaglia.
**La domanda.**
Chi protegge chi ci cura? E fino a quando un pronto soccorso sarà il luogo dove si rischia la vita — come paziente e come medico — senza che nessuno faccia nulla per cambiarlo?